REFERENDUM. Le ragioni del Sì e del No. E le ragioni della Calabria

REFERENDUM. Le ragioni del Sì e del No. E le ragioni della Calabria
referendum Onore al consigliere regionale Mimmo Tallini, attualmente collocato in Forza Italia, anche se tenuto a distanza dal gruppo di Palazzo Campanella. Sul referendum costituzionale è stato l’unico politico calabrese a non recitarci la cantilena degli argomenti nazionali che infuriano pro o contro nel dibattito (?) drogato che stiamo vivendo.

Tallini, invece, no. E’ andato giù diretto ed esplicito come ai vecchi tempi in cui era fascio duro e puro. A gamba tesa sul punto centrale che riguarda da vicino noi calabresi, le nostre vite reali, il nostro futuro. Ha detto (rispondo del senso, non delle parole): il referendum ridimensiona drasticamente i poteri delle Regioni e, quindi, della Regione Calabria. Riduce e limita la nostra autonomia ed è per questo che io voto No.

Nel merito Tallini ha assolutamente ragione. Fior di costituzionalisti, quando per distrazione scendono dalle cattedre da dove ci spiegano la perfezione, non hanno dubbio alcuno: la riforma costituzionale che viene proposta dà una botta da togliere il respiro al Regionalismo che abbiamo conosciuto. Non si tratta solo della riduzione di immotivati stipendi faraonici alla dimensione umana (al massimo!) del sindaco Abramo che di euro, ha fatto sapere, ne prende 2450. Si tratta di ben altro: di un netto restringimento dei poteri, di fare autonomamente in Calabria quel che si vuole.

Ed è esattamente per questo motivo che bisogna votare esattamente al contrario del consigliere Tallini.

E qui bisogna capirsi e chiedo scusa a Tallini e a chi legge se passo dagli argomenti (sempre legittimi e discutibili) ai dati di fatto.

Il divario tra Nord e Sud che tra il 1952 e il 1970 si era ridotto dal punto di partenza del 54% al 36%, ha ripreso a crescere a partire dal 1971 (un anno dopo l’istituzione delle Regioni) e  senza mai interrompersi è risalito (dato 2014) al 44%. Si possono portare tutte le ragioni che si vogliono, ma resta il fatto che il Regionalismo italiano non solo non ha riequilibrato il Belpaese ma ha accentuato gli squilibri. Insomma, il Regionalismo, come ormai ripetono tutti, ha fatto flop.

Si può discutere sul perché è accaduto. Si può ragionare sui costi del welfare a partire dall’autunno caldo e sul costo delle manovre politiche per cooptare nel sistema di potere le generazione del Sessantotto.

Ma il nocciolo duro e non eliminabile è che le classi dirigenti meridionali hanno utilizzato il Regionalismo e l’Autonomia non in modo “inclusivo”, ma “estrattivo”: cioè si sono servite delle istituzioni e dell’autonomia per “estrarre” dalla società meridionale, Calabria compresa, ricchezze e risorse che hanno ridistribuito tra ristretti ceti privilegiati e tra le proprie clientele necessarie al mantenimento del consenso. Una scelta in stridente contrasto con la possibilità di far fruttare ricchezze e risorse a vantaggio di fasce crescenti di popolazione “includendole” in un circuito virtuoso. E’ stato questo il segno drammatico della storia del Sud e della Calabria negli ultimi 40 anni.

Non se ne abbia a male il consigliere Tallini ma la sua difesa dell’autonomia e di quelli che la pensano come lui, che non sono solo nel Cdx, ricorda le richieste di autonomia e le rivolte dei baroni meridionali contro il centralismo monarchico. Lotte fiere e senza risparmio per potersi conservare il diritto allo ius primae noctis e quello di sfruttare al limite della sopravvivenza fisica, e talvolta oltre, i contadini.

Certo, sembra esserci anche intelligenza politica nella posizione di Tallini: c’è l'obbiettivo di creare difficoltà al Pd di Mario Oliverio che si trova a dover fare una lotta per la diminuzione del potere Regionale che controlla e detiene con il Governatorato. Ma se il Pd non vuole soccombere rispetto al referendum deve aprire una discussione e una sfida vera sulla posta in gioco. Nessuno può ragionevolmente immaginare di suscitare una passione capace di mobilitare i calabresi raccogliendone le firme anziché coinvolgere pezzi crescenti di popolo in un grande dibattito e in iniziative per trasformare il referendum in una grande occasione per dare una spallata a una organizzazione dei poteri che penalizza il Sud e vede la Calabria ultima degli ultimi.

Nessuno faccia il furbo: non si tratta di gettare a mare le Regioni. Solo sciagurati sfascisti potrebbero puntare a questo obiettivo. Dobbiamo, invece, ricostruire un Regionalismo che sia un’articolazione democratica e autonoma, ampia e creativa, di un “progetto nazionale” il cui obiettivo consapevole sia la fine del dualismo che caratterizza l’economia italiana. Servono Regioni snelle capaci di aggredire le contraddizioni e le arretratezze specifiche dei territori che impediscono all’Italia un ricompattamento capace di produrre crescita e innovazione “in tutto il Paese”. Invece, è stato costruito, soprattutto negli ultimi anni e anche per responsabilità del Csx all’inseguimento dei voti del leghismo, un Regionalismo che ha scatenato tra i territori della Repubblica egoismi straordinari e una vera e propria guerra per l’accaparramento delle risorse.