Stanotte sapremo quale faccia avrà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Questa battaglia elettorale ha però anche un altro significato. Al di là delle dispute su Democratici e Repubblicani, sulle scelte degli Swing State e sulla insoddisfazione dei lavoratori della Rust Bellt, e del voto bianco poco istruito contrapposto a quello nero e degli ispanici. La vera sfida è capire se l'America, la potenza imperiale che più domina il mondo economico ed ha imposto sinora standard ed egemonia culturale, è pronta semplicemente per un Presidente donna. Recentemente il regista Moore, attivista liberal, raccontava la provocazione ironica e psicologica di una parte della società americana che aveva dovuto digerire per 10 anni un Presidente di colore e temeva l'elezione di una donna che avrebbe poi lasciato il posto a un presidente gay per arrivare a concedere la guida suprema a un animale e poi a un peluche in virtù di un malinteso senso dei diritti civili e del politically correct.
Al di là delle letture più sarcastiche, in questa campagna abbiamo però assistito ad una lotta asimmetrica. A The Donald si è concesso quasi tutto e per leggere una flessione nei sondaggi, dopo una performance straordinaria alle primarie, si è dovuto assistere a rivelazioni oltre i limiti della normale tollerabilità. Ad Hillary invece tutto è stato contestato. Senza sconti. Persino la sua conoscenza dei dossier derubricata a saccenteria, persino le sue ferite coniugali rivendute per colpe ed ogni scandalo o presunto tale di chi gli stava vicino è diventato immediatamente un motivo ostativo alla sua vittoria e al riconoscimento del giusto merito.
La verità nascosta di questa campagna è che ad Hillary inconsciamente una parte dell'America contesta il suo essere donna non riuscendo ad infrangere l'ultimo tabù civile e l'ultimo diaframma di una società multietnica ma ancora molto, troppo maschilista. Non è altrimenti interpretabile la competitività elettorale di Trump rispetto ai pregiudizi per Hillary. C'è in altri termini un fattore che limita e corregge la percezione delle cose.
L'America ha accettato senatrici e ministre, anche speaker della Camera come l'italoamericana Nancy Pelosi, ma non ci ha ancora detto se ha sciolto gli ultimi pregiudizi. Senza il nome Clinton forse Hillary non avrebbe avuto questa chance. Ma ha anche dovuto paradossalmente pagare in termini di consenso essere moglie anche se del Presidente più amato della storia.
Ogni vicenda ha per lei un risvolto oneroso. Dopo aver precorso il progresso sociale nei diritti omosessuali, rimane una regressione nella separazione più retriva che nella storia del mondo ha deviato religioni e concezioni, ha privato la storia dell'intelletto delle tante intelligenze femminili che in ogni parte del mondo sono meno valorizzate ed accettate. Stanotte nel valutare gli effetti di tanti fattori avremo il responso più importante.
Sapremo se gli Stati Uniti avranno infranto l'ultima barriera, faranno il passo necessario per superare l'ultima frontiera dei diritti civili e sapranno che le proprie figlie non hanno alcun cristallo che le limita nello sguardo verso il futuro e verso la bellezza del cielo.