Il tempo curvo della Calabria con Dio distratto che s'è scordato di noi

Il tempo curvo della Calabria con Dio distratto che s'è scordato di noi

calmale

In Calabria il tempo non procede come nel resto dell’universo bensì segue una traiettoria circolare, col conseguente e continuo ripetersi di inganni, sconfitte, beffe e umiliazioni.

Non vi è traccia di progresso autentico, di mutazione profonda, di redenzione dagli obbrobri di una società mutuata dagli spagnoleschi climi infestati da Innominati e Rodrighi.

Il miglioramento è soltanto una patina che lustra la superficie, un lucido da scarpe spalmato, una toppa grande quanto la sua superficie: il tempo scorre per le leggi supreme della fisica, ma non procede in avanti, piegato dal buco nero di una maledizione talmente forte da trascendere le stesse leggi della natura: il tempo si curva e torna indietro.

Non si sfugge alla società medievale, dove i forti restano forti in eterno, dove la mobilità sociale è solo sulla bocca di illusi o di ingannatori, dove non ci si può sottrarre alla logica della servitù, se non pagandone prezzi esorbitanti o, al limite, andando via.

I calabresi come Mitridate sono immunizzati dal veleno dell’ingiustizia, ingurgitato a piccole dosi in decenni di malaffare, e sopravvivono inerti, spesso fingendosi morti per non morire davvero. Dal Centro Siderurgico di Gioia Tauro alle Bioproteine di Saline, Dall’Isotta Fraschini all’Officina Grandi Riparazioni, Dalla Reggio Da Bere alla Catanzaro da Mangiare, dall’alto al basso Jonio, dal Turismo raffazzonato all’artigianato assistito, dalle Infrastrutture lasciate a metà alle opere incompiute, dal progetto di un Ponte dei Miracoli che da decenni inghiotte soldi a valanga, a tutto quello che si sarebbe dovuto fare, e non si è fatto, nei campi dell’economia, della cultura, del sociale.

Le reazioni scomposte di chi coglie questa perversione politica tutta italiana non fanno altro che peggiorare la situazione. Malavita, buffe pretese d’indipendenza, rivendicazioni comunarde fuori tempo massimo, progetti post-futuristici per chi non ha ancora raggiunto il presente, sono movimenti simili a quelli di chi, affondati nelle sabbie mobili, con la propria agitazione si affossano sempre di più.

Fin quando non rimarrà fuori solo una mano disperata, una ricerca d’aiuto destinata pateticamente a sparire, tra lazzi e risate del resto della nazione.

La Calabria produce meno del sessanta per cento del reddito essenziale per sopravvivere. Le risorse rimanenti vengono integrate dall’Italia, madre distratta che bada ai figli migliori e per gli ultimi della classe riserva solo l’assistenza caritatevole atta a lavargli la coscienza.

Non è mai stato portato avanti uno sforzo significativo per portarla alla pari. Trattata come serbatoio di voti per le classi dominanti, i Kapò locali, i grandi traditori della terra, o trattata come località esotica, il Far-West italiano, buona per film di pistoleri e per amanti di gusti gastronomici forti, la Calabria langue senza fiducia, senza speranza, senza spirito collettivo di appartenenza.

I calabresi stessi da vittime si fanno colpevoli. Chi brama di entrare nel gran circo del potere, chi accetta la condizione servile per spirito di sopravvivenza, chi decide di tacere per non incappare in qualche brutto incidente.

La classe dirigente, come rivelato dagli ultimi -e non solo gli ultimi- avvenimenti, funge da buco nero che inghiotte tutto, persino il tempo. Cambiassero gli equilibri, cambiassero le modalità, verrebbe in gran parte spazzata via dalle più semplici esigenze della società contemporanea.

Proprio per questo si viaggia con il freno tirato. Nessuno, tra quelli che contano, vuole davvero rimettersi in viaggio verso l’orizzonte del tempo. Conviene a tutti fingere di volere il miglioramento. Un Gattopardo feroce, che sbrana i desideri e le illusioni.

I paladini hanno bisogno di mostri contro cui combattere. I pifferai di topi da sterminare. Gli illusionisti di allocchi da ghermire. Il messaggio è chiaro: cambiare perché nulla cambi. Così è da decenni.

L’indignazione dura un giorno. Il repulisti è una lotteria di Capodanno. Le innovazioni restano sulla carta. I metodi non cambiano. Nei concorsi pubblici, nelle scelte dei dirigenti e dei collaboratori, nella gestione dei pacchi di euro- la carità italiana ed europea- nelle scelte culturali. La rabbia viene spenta con gli idranti della corruzione, o con l’intimidazione velata o palese.

In Calabria il futuro non esiste. Il tempo si curva e torna indietro.

Don Rodrigo gongola, Lucia è sua concubina, Renzo giace sepolto in un bosco, e fra Cristoforo ha perso la voce, col dito proteso invano, minacciando invano la vendetta di Dio che, anche lui distratto, si è scordato di noi.