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LUCANO dalle stalle alle stelle. La prefettura prima lo demolisce ma dopo cambia idea

LUCANO dalle stalle alle stelle. La prefettura prima lo demolisce ma dopo cambia idea
mimmo Quando ha incontrato i vertici della Prefettura di Reggio Calabria a Roma, nelle stanze del Viminale, aveva chiesto quella relazione ancora una volta, sentendosi dire che «tanto non cambiava nulla». Ma quel documento, un secondo sopralluogo da parte dei funzionari prefettizi dopo quello che aveva demolito l’accoglienza a Riace, è arrivato nelle mani del sindaco Domenico Lucano soltanto dopo aver sporto denuncia alla Procura antimafia di Reggio Calabria. E racconta una storia totalmente diversa da quella narrata dalla prima relazione stilata dalla Prefettura sul modello d’accoglienza di “Mimmo il curdo”, distrutto sulla carta e diventato oggetto d’indagine da parte della procura di Locri, che ha iscritto il primo cittadino sul registro degli indagati con l’accusa di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e concussione.

Oggi, un anno dopo quel sopralluogo e dopo la sospensione dei fondi all’accoglienza, quella relazione non è più un mistero. E nelle mani di Lucano ci sono documenti prima inaccessibili: cinque ispezioni, eseguite tra gennaio, maggio, giugno e luglio 2017. Relazioni decisamente diverse dal freddo tono burocratico con il quale erano state evidenziate «situazioni fortemente critiche» e che invece raccontano Riace come una favola di buona accoglienza, fatta da «un miscuglio di razze, dialetti, diademi e treccine». Un tripudio di razze dietro i banchi di scuola, «lì tutti insieme, in arrivo da tante parti del mondo, lontane fra loro».

Un sopralluogo che va oltre le carte, questa volta. Che punta lo sguardo sui campi di pallavolo e calcetto dove si giocano partite «all’ultimo respiro», dove la lingua internazionale è quella della palla al centro. La scuola chiusa, di nuovo aperta grazie agli stranieri. «Una scuola senza bambini - scrivono i funzionari - è la conclusione ingloriosa di un mondo, un universo senza futuro. Riace ha una scuola, degli insegnanti, dei ragazzi che apprendono». Pericolo scampato, dunque.

Poi ci sono le case. I migranti di Riace, scrivono quasi come se fosse una sorpresa, «non sono detenuti». E le case non sono ville, non sono manifestazioni di sfarzo e lusso, «non sono gli hotel nei quali si fa business e dove si chiede sempre più denaro» - dice con veemenza Lucano - ma, proseguono gli ispettori, «case vecchie e di origini umili, ma pulite, ordinate, venate dalla mescolanza di uomini e donne di provenienza disparata e che portano in quelle case un piccolo tocco della terra natia».

Ci sono poi le botteghe artigiane dove si lavorano il vetro, la lana, il legno, i tessuti e molto altro. In ognuna un ragazzo di Riace e qualche migrante, in uniforme, lavorano indefessamente, con gesti precisi «frutto di un apprendimento paziente di mestieri antichi, di una bellezza mai spenta». Poco distante dalle viuzze che si intrecciano ognuna con la propria porta su un mestiere altrove scomparso, gli ispettori si imbattono negli asini che fanno la raccolta differenziata, effettuata porta a porta, a dorso, nelle stradine che non accettano le auto. Poco distante delle casette vuote, destinate ad un progetto che consentirà ai migranti di custodire i propri animali domestici e alla coltivazione, da parte di ciascuno, del proprio orto, per approvvigionare le proprie dispense.

«Riace è anche questo - si legge ancora nelle carte - l’inventiva legata alla tradizione, l’idea di recuperare spazi per lavorare la terra e sfamare i propri familiari con quello che la fatica delle mani riesce a realizzare». I visitatori passano anche per le cucine, piene di profumi della tradizione africana, dove la spesa si fa con quei bonus che fuori da Riace non hanno valore legale.

«Ma Riace è così, un microcosmo strano e composito - dicono anche loro -, che ha inventato un modo di accogliere e investire sul proprio futuro». Un paese che con i migranti «ha ricominciato a fare tante cose», cose che prima aveva perso, ingoiate dal buco nero dello spopolamento. E c’è anche un parco giochi bellissimo, dicono sorpresi: «non se ne vedono molti così, nei paesi spogli e disadorni della provincia reggina».

Il tono dei commissari viene spiegato in fondo alle carte: è l’urgenza di raccontare una storia totalmente diversa dalle altre, la storia di Riace e di Lucano. Un uomo, scrivono, «che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita», in una realtà «che non appartiene alla storia del paese ma che ha realizzato mattone su mattone, con fatica e impegno». Nessuna traccia, dunque, di quei reati che prima avevano fatto gridare allo scandalo e che lo hanno fatto finire nel tritacarne mediatico. Anzi, «l’evolversi dell’esperienza - scrivono - ha reso impossibile, presumibilmente, un controllo ferreo di tutte le attività svolte». Servono, dunque, degli interventi correttivi. Ma con un’azione «di supporto», non chiudendo tutto, perché, certificano, «l’esperienza di Riace» è importante «per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene di questa regione». Ma il blocco dei pagamenti, derivato dalla prima relazione della Prefettura, quella negativa, ha, di fatto, congelato tutto.