di ANTONIO CALABRÒ - Adesso è il momento della nostalgia. Quelle serate di gioia incontenibile, trascorse lungo l’adorato lungomare reggino, al suono di RTL, ballando come forsennati, tra eventi “artistici” a catena in piazze e vie; le notti bianche di esaltazione della “grande creatività calabrese”, il sound sudamericano dei balli sociali, le bancarelle con il gustoso odore di salsiccia, il sorriso festante delle Miss sui palcoscenici, le affermazioni gongolanti dei saggi e ottimisti politici locali.
Reggio capitale del Mediterraneo, Calabria mia terra d’amore. I nemici della città e della regione, quattro gatti messi ai margini, che straparlano e rosicano solo per invidia. I posti di lavoro a pioggia, prendete, questo è il vostro pane che concediamo con la magnanimità dei Cesari.
Quanti figli di mamma sistemati, quante famiglie bisognose raddrizzate da torti e sollevate da ingiuste miserie. Quanti cantieri, idee, innovazioni, genialità espresse. La città ridisegnata secondo il punto di vista della modernità made in Fininvest. Un Modello da esportare. Una Reggio da bere.
E poi tutti con gli occhi luccicanti emozione quella sera di fronte al miracolo del settanta per cento, ad inneggiare a Peppe-Peppe-Peppe, gli aficionados dell’amata Reggina in prima fila a scandire “uno di noi”, i commercianti e gli imprenditori in ghingheri al pensiero dell’economia finalmente rilanciata, e nugoli, nugoli di giovani finalmente affidati a chi gli avrebbe dato il futuro e le certezze.
Nostalgia, quanta nostalgia, di quelle serate in una Via Marina che era Broadway, le meravigliose notti reggine che hanno dettato i tempi di amori stagionali e di grandi passioni artistiche, quelli eran giorni sì, e adesso, che ci vuoi fare, stringiamo la cinghia, altri buchi nelle nostre cinghie sempre più strette, deve passare la nottata, intanto festeggiamo fratelli e compari, il re è nudo, anche se è solo un giudizio di primo grado, c’è sempre la presunzione d’innocenza, e ci mancherebbe.
Ma, cari calabresi, la presunzione d’innocenza vale per Peppe Scopelliti, non vale certo per noi.
Comunque vada a finire, questo è solo un processo, non è affatto la svolta storica, non è sicuramente la presa d’atto di una situazione, non è l’illuminismo che trionfa e neanche la rivoluzione francese.
Non è una fine e neanche un inizio. Non è una Stella cometa che annuncia il redentore, non è la dichiarazione dei diritti dell’uomo, e non è neanche la sconfitta del malaffare. Non è una festa, non è una tragedia, non è una tempesta, semmai è una brezza, leggera e annunciata, che scompiglia le fronde di alberi secolari, come secolari sono i nostri vizi, le nostre incapacità, la nostra sofferenza e le nostre virtù.
Sei anni di galera, che dovrebbero essere equamente divisi fra tutti noi, e farci così una manciata di minuti di galera ciascuno, per la nostra incuria, il nostro pressapochismo, la nostra rozza propensione ad avere un capo, il nostro disimpegno costante, il nostro disamore, la nostra discordia.
La malattia è grave, terribile, letale, e questo è poco più di uno sciroppo per la tosse. Siamo già terreno fertile per le prossime notti reggine, per la Samba decadente sulle rive di questo Stretto disperato, festeggiare senza pausa la caduta degli dei, come il popolino francese di fronte alle teste dei ghigliottinati, sempre meno consapevoli. Fino ieri ballerini per una causa, oggi segretamente nostalgici ma ballerini ancora e per sempre.
Il Re è nudo, ma chi se ne frega. Balliamo.