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11 settembre 2001. Una calabrese alle Twin Towers. CALABRÒ

11 settembre 2001. Una calabrese alle Twin Towers. CALABRÒ

ttny      di ANTONIO CALABRÒ - Ho finalmente convinto Carla a raccontarmi la sua terribile esperienza di tredici anni fa. Essere testimoni di una delle grandi tragedie del nostro tempo è un privilegio che nessuno vorrebbe, e che modifica il modo stesso d’intendere la vita.

Angoscia e paura sono sentimenti logoranti, e non è facile rievocarne le origini. L’11 Settembre del 2001 Carla si trovava a New York per motivi di studio (stava frequentando un Master di perfezionamento della lingua inglese)da una settimana, e la vitalità dirompente della “Grande Mela” l’aveva conquistata.

Lei, calabrese, si era integrata bene con i colleghi americani, a aveva scoperto di apprezzare ogni cosa di New York. Era la sua seconda sessione di corso, ed ormai si muoveva per le strade della metropoli con disinvoltura.

Quella mattina c’era un sole abbagliante. Per recarsi nell’istituto dove si svolgeva il Master, situato accanto alle Twin Towers prese la metropolitana; sembrava una giornata come le altre. Le lezioni sarebbero iniziate alle nove, ed era in leggero ritardo.

La metro si fermò alla penultima fermata prima della sua meta, e dall’altoparlante una voce annunciò che per un problema alle torri la corsa non sarebbe continuata. Pazientemente Carla si accodò alla folla, per fare a piedi il chilometro che la divideva dalla scuola. Appena uscì all’aria aperta vide moltissime persone immobili che guardavano verso l’alto: dai due grattacieli usciva un fumo nero e minaccioso. Un incendio, probabilmente.

Giunse a scuola, ma appena entrata gli addetti le comunicarono che le lezioni erano sospese per via del problema in corso. L’incendio, continuò a pensare lei. Tornò in strada, e la trovò transennata. Si trovava vicino alla torre nord. Pericolosamente vicino. Meno di un chilometro. Si fermò a guardare, cercando di capire cosa stesse succedendo. Le voci si rincorrevano. Aerei che erano caduti su New York. Non è possibile, pensò. Era incuriosita più che spaventata.

Continuò a fissare le torri. L’incendio era visibile, ed si distinguevano anche degli oggetti che cadevano giù. Le persone erano paralizzate. Un ragazzo armato di fotocamera con teleobiettivo improvvisamente urlò. Sono persone. Quelli che cadono sono uomini. Carla strabuzzò gli occhi. Mosse qualche passo in avanti. Rimase a bocca aperta. Li distingueva. Aggrappati disperatamente alle finestre superiori la zona dell’incendio, grappoli di uomini. Dai quali ogni tanto se ne staccava uno.

Carla non ricorda quanto rimase immobile a guardare l’orrore. Ad ogni volo seguivano urla, pianti, imprecazioni della folla. Le sirene dei soccorsi ormai sovrastavano ogni altro suono. Era come stordita.

Poi, improvvisamente, con un suono potentissimo e sordo che face tremare la terra come un terremoto, un boato terrorizzante e denso di morte e terrori ancestrali, la torre sud crollò su se stessa. Seguì un urlo generale. Forse anche lei urlava, non lo ricorda più. Seguì il panico. Il cuore che non la smetteva di accelerare. Corsa disperata. Lungo la via ricorda automobili e autobus e taxi abbandonati, con le portiere ancora aperte. Corri Carla, corri. Si fermò a riprendere fiato. Dal polverone emergevano figure coperte di polvere, gli occhi iniettati di sangue, impazziti di paura. Si girò a guardare, in fondo alla via. Erano le 10.28. La seconda torre collassò. Urla. Angoscia. Ricominciò a correre.

Per cinque ore Carla vagò per New York. Il telefono cellulare non funzionava, erano saltate le linee. Verso mezzogiorno trovò un telefono pubblico e chiamò la zia che la ospitava, che disperatamente la incitò ad allontanarsi ancora, e di non prendere tunnel o ponti. Vedeva persone gettate per terra, che piangevano e si disperavano. Non aveva parole, né fiato per pronunciarle, si sentiva dentro un incubo. Fumo e polvere stavano coprendo la città intera, e non si vedeva più il sole.

Carla riuscì a tornare a casa nel pomeriggio. E finalmente pianse. Disperatamente, tremando, sotto choc. Si rendeva conto che aveva assistito ad un tragedia di portata storica. Ripensava a quelle figurine abbarbicate alla finestre, lassù in alto. A quei fuscelli che precipitavano per centinaia di metri. In quel momento New York era il centro del dolore mondiale. Piangeva, e tutto attorno a lei era disperazione.

Tornò a Reggio una settimana dopo. Appena scese dall’aereo risentì quel senso di scampato pericolo, quel sollievo straziante comunque. E non appena mise piede a casa sentì emergere nuovamente l’angoscia di quei momenti, quel sentirsi minuscola e indifesa. La sventura di molti l’aveva sfiorata, e segnata.

Sono passati tredici anni. Il ricordo le provoca sempre angoscia e tremore. Ne parla difficilmente, e preferirebbe dimenticare, anche se sa che è impossibile.

Di notte le capita di avere un incubo ricorrente. Sogna di essere inseguita da una grande onda, che travolge tutto e tutti, e di correre a perdifiato verso la salvezza.

Si sveglia, guarda i suoi bambini, e ringrazia Dio.

Sopravvissuta ad un inferno in terra e consapevole che i diavoli, spesso, assumono sembianze di uomini.

Antonio Calabrò