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RC. Torna in Consiglio Giuditta, la donna contadina uccisa per la terra

RC. Torna in Consiglio Giuditta, la donna contadina uccisa per la terra

lvt1     NOSTRO SERVIZIO - Conosco una sola foto di Giuditta Levato. Quella con accanto i due figli con gli occhi spalancati dal lampo improvviso del fotografo dopo che chissà con quanta fatica erano stati sistemati. Lei ha addosso un pastrano a due bottoni che le lasciano libero il collo dove si vede una minuscola collanina che non si fatica a immaginare come il suo unico gioiello. Si capisce che il pastrano le sta stretto, cucito quand’era ragazza e magra. Ora appare robusta e di età indefinita anche se forse ha meno di trenta anni (sarebbe stata ammazzata a 32 ), e il corpo già disfatto dalla fatica di un lavoro tanto duro da non potersi più immaginare oggi come lavoro per i cristiani.

Tutte le foto di Giuditta sono copie, tagli, rifacimenti di quell’unico scatto. A raccontarlo ai ragazzi di oggi si appare dei matti.

Giuditta fu una delle prime vittime della lotta dei contadini per far rispettare agli agrari e allo stato la legge del ministro calabrese Fausto Gullo. Quella legge aveva assegnato terre semiabbandonate ai contadini togliendole ai proprietari assenteisti e parassitari. La prima profonda rottura del latifondo che spezzava secoli bui di subalternità arretratezze e ruberie a danno dei poveri senza terra che erano la stragrandissima maggioranza dei calabresi.

Giuditta e suo marito ne avevano avuto un pezzetto che avevano già coltivato a grano, dopo averlo liberato da sterpi pietre e quant’altro. Il grano diventava farina e pane: l’alimento fondamentale (e molto spesso esclusivo) delle famiglie contadine.

Il vecchio proprietario aveva invaso quel suo ex fazzoletto di terra, dove lei e il marito c’avevano buttato l’anima, con una mandria di animali distruggendo tutto. Un’operazione a freddo come quelle che gli agrari organizzavano spesso per manifestare disprezzo ai poveri che gli “rubavano” le terre che loro avevano rubato in precedenza e poi abbandonate perché poco produttive. Ne era seguita una discussione. Dal fucile di uno dei bravi al servizio dell’agrario era partito un colpo che aveva squarciato la pancia di Giuditta. Dopo un po’ morì. Era incinta al settimo mese del terzo figlio che non sarebbe mai nato.

Giuditta è stata una donna nuova? A me pare fuor di dubbio. Una donna che invece di assoggettarsi si ribella e chiede il rispetto della legge e delle regole è una donna che con uno sforzo gigantesco si libera dalla subalternità e dall’obbedienza.

Certo, non avrebbe mai partecipato ai cortei delle femministe, ma senza quelle come Giuditta, specie in Calabria, non vi sarebbero mai stati gruppi di donne impegnate sui propri diritti e nel riscatto della propria dignità.

Martedì mattina è apparsa sui giornali la notizia che il quadro che ricordava il calvario di Giuditta era sparito dall’aula che il Consiglio regionale le ha dedicato a Palazzo Campanella per venire sostituito da un volto tumefatto di donna.

Riccardo Tripepi su quella sostituzione, lui sempre asettico e professionale, ha scritto sull'episodio un trafiletto indignato. La curiosa iniziativa pare sia stata una delle ultime dell’Ufficio di presidenza del Consiglio. Mistero sulle sue ragioni e sulla sua paternità. Si è invece saputo dell’acquisto, pare per 30mila euro, di un quadro che ha sostituito quello che ricorda Giuditta. Il nuovo dipinto è stato il migliore affare mai fatto da Palazzo Campanella? E' possibile. Ma è difficile convincersi che si avesse il diritto di consumare un intervento così violento sul percorso doloroso delle donne calabresi spersonalizzando e quindi rendendo vaghe e cancellando le loro storie.

Nel pomeriggio dello stesso giorno l’antico quadro è misteriosamente tornato al proprio posto e l’altro è sparito, speriamo non ingoiato da qualche sottoscala. Ottima decisione per riparare un grave errore. Le polemiche e i dissensi hanno fatto muovere con rapidità inusuale i responsabili del Palazzo. Sarebbe ora interessante capire cos’è successo e come s’è arrivati a prendere coscienza di quello che appare (nella migliore delle ipotesi) un grossolano abbaglio. E’ possibile che quelli del Palazzo appena vengono lasciati un po’ soli, magari nella confusione del cambio elettorale, lo trattino come una loro proprietà privata di cui non debbono dar conto a nessuno?