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Il funerale, l'ultima ridotta della famiglia. CALABRO'

Il funerale, l'ultima ridotta della famiglia. CALABRO'

fnrl      di ANTONIO CALABRO' - Nei funerali rinasce la famiglia. Purtroppo è così. Difficile da digerire, dura da ammettere, drammaticamente ironica, tragicamente vera, questa è la realtà del nostro tempo. La micro istituzione, fondante ogni società organizzata dal paleolitico in poi, attraversa il suo momento di massima crisi proprio in quelle comunità dove il benessere ha sfondato, dove la libertà si è almeno parzialmente affermata, dove si è dismessa ogni idea di futuro affidata al lavoro delle braccia dei figli.

Dall’epoca del proletariato siamo passati, bruciando i tempi, a quella delle singolarità estreme. I gruppi vincolati da parentele si sono, nel breve arco di cinquant’anni, ridotti di numero ma anche di passione, di affetto, di abitudini. Il tempo del consumo e del lavoro ha bruciato in un lampo secoli di storia. Con molti benefici, certamente, ma anche con tanti sacrifici che hanno alla fine dei conti, insieme ad altri fenomeni immediatamente collegati, provocato la malattia mortale del nuovo millennio : la solitudine.

L’aritmetica rende l'idea. Prendo l’esempio di Paolo e Francesca, sposati agli inizi degli anni 60. Padre e madre di Paolo avevano rispettivamente 6 e 11 fratelli; quelli di Francesca, 5 e 12. Complessivamente, la bellezza di 34 zii diretti, che con i rispettivi coniugi alzavano il totale a 68. Era la generazione della battaglia del grano, del premio alle famiglie numerose e della tassa del celibato. Era, con i nostri occhi, una esagerazione. Totalmente inimmaginabile nel nostro presente.

I figli di Paolo e Francesca ebbero 13 zii. Il loro primo figlio, Edoardo, si sposerà tra un mese con Letizia, figlia unica. Loro due avranno 5 zii, 8 in meno dei genitori e ben 29 in meno dei nonni. Una piramide rovesciata per svelare la denatalità di un popolo, il nostro, sempre più ricco e sempre meno propenso a figliare.

Ma il problema non sta solo nei numeri. Il grande cambiamento riguarda le abitudini, i metodi, i tempi differenti. Nella prima generazione, quella dei 34 zii, i contatti erano quotidiani. Le feste comandate erano le occasioni per riunire le famiglie intere, matrimoni, battesimi, cresime, comunioni e compleanni diventavano affollati luogo d’affettuosa festa. Malattie e lutti vedevano la presenza massiccia dei consanguinei che, oltre ogni veleno, ogni gelosia, oltre ogni invidia e malignità insite nella natura stessa dell’uomo, alla fine provavano piacere autentico ad incontrarsi con la torma di parenti, vicini e lontani.

Già la generazione successiva segnò il momento della selezione. Non era più possibile badare a tanta gente. Non c’era più il tempo per dedicarsi a così tanti parenti. Non c’erano neanche i soldi per poter fare regali, per presenziare, per essere parte attiva della famiglia. I soldi dovevano essere dedicati ad altro, lo sappiamo bene. Così nelle feste comandate i gruppi iniziarono a farsi ristretti. Sentimenti negativi presero il sopravvento, la competizione- quella sconosciuta – divenne serrata. Allora le occasioni per gli incontri collettivi divennero poche. Matrimoni, qualche compleanno di un vecchio, altre rare occasioni.

Con l’ultima generazione, quella delle televisioni in ogni stanza, dell’individualità spumeggiante, dell’egocentrismo scatenato e iper-competitivo, la situazione si è ulteriormente ristretta. La famiglia larga e numerosa non esiste più e non è neanche pensabile, ciascuno pensa, anche giustamente, al proprio tornaconto, i soldi sono quelli che sono. Le feste comandate si festeggiano in famiglie ristrette, massimo dieci persone. Nei compleanni e nelle lauree la maggioranza dei partecipanti è composta da amici. L’unica occasione per rivedere la parentela al completa, ahimè, è costituita dai funerali. La vecchia generazione sta compiendo il ciclo naturale. Ad uno ad uno i vecchi si spengono, ed allora ci si ritrova, cugini con facce improbabili, cugini che l’ultima volta che vi siete visti avevate i calzoni corti, zii che li ricordi imponenti e li ritrovi vecchietti, altri parenti con i quali devi addirittura presentarti.

Così, dietro al dolore di un defunto, tornano a galla memorie antiche. Gusti antichi, profumi antichi, emozioni dimenticate. Torna quella gioia del fanciullo circondato da numerosi parenti sorridenti, tornano quelle sensazioni di appartenenza, di sicurezza, si rivivono quelle certezze, forse false, forse no, che la comunanza trasmette. Si capisce di aver perduto, definitivamente, un pezzo di qualcosa. La storia personale di ognuno si riflette negli occhi dell’altro, ed in quelli del vecchio zio ti ritrovi bambino, come lui nei tuoi si ritrova giovanotto. Assapori quell’attrazione, forse vera, forse no, dettata dal sangue.

Risenti nelle narici il profumo delle crispelle impastate a mano nella casa della bisnonna patriarca, e delle dozzine e dozzine di parenti che passavano a mangiarne una, innaffiandola con un bicchiere di vino. Rivedi i materassi tirati fuori per le feste, quando non c’era problema a dormire a casa degli altri, risenti il legno duro delle assi piazzate tra due sedie per far accomodare tutti in tavolate con trenta, quaranta persone. Risenti quel cicaleggio delle donne felici, o che almeno sembravano tali, il borbottio scherzoso degli uomini, le urla festanti dei bambini scatenati. E queste sensazioni, come le risenti tu, le risentono tutti gli altri.

Così, a funerale finito, con gli zii e i cugini e tutti gli altri vi riproponete di vedervi, di riavvicinarvi, vi scambiate i numeri di cellulare, siete veramente contenti, fate progetti d’incontro.

Poi vi baciate, affettuosamente, davvero. Vi salutate, tornate alle auto, rimettete in moto, girate l’angolo, e la magia è finita. Ciascuno torna alle proprie frenesie, alla schizofrenia del presente, alle preoccupazioni per il futuro, al lavoro e ai pensieri individuali.

Al prossimo funerale, parenti.