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La debolezza e l'urlo: Sei morta, troia. TIZIANA CALABRÒ

La debolezza e l'urlo: Sei morta, troia. TIZIANA CALABRÒ
 

tr     di TIZIANA CALABRÒ -    Lo ha scritto su facebook, come si può scrivere “Buongiorno a tutti!”. Ha ricevuto centinaia di “like”, l’ultima deriva del consenso collettivo, ha ricevuto condivisioni e commenti ridanciani. Ognuno a spassarsela per quella battuta di tre lettere: “Sei morta troia”. Tutti a ridere e scherzare per l’effetto liberatorio dalle frustrazioni quotidiane, di quell’insulto antico. Peccato che la “troia” cui faceva riferimento il simpatico maschione italico, morta lo era veramente e senza troppe attenzioni. Perché l’allegro buontempone tanto acclamato dagli amichetti social, poco prima del suo ultimo capolavoro verbale, si era preso lo sfizio di affondare ripetutamente nel corpo della sua sposa di un tempo, la lama di un coltello. Ha infierito sul corpo per toglierle l’anima. Per sentirsi un dio potente dalla virilità indiscussa, un bello e dannato da film americano di cassetta. E così farsi acclamare dal popolo internauta per la sua riconquistata potenza aggressiva, offesa da una separazione che lo aveva scoperto vulnerabile.

“Sei morta troia”. Sembra la battuta di un film demenziale, con il protagonista anaffettivo che ammazza e calpesta come se non ci fosse un domani. E invece, invece, siamo alle solite. Assistiamo alla brutta sceneggiatura di una realtà che sbanda da tutte le parti e che non riusciamo più a mantenere compatta. Perché questa vicenda non è soltanto l’ennesimo, tragico, impossibile, abnorme femminicidio. Qui c’è la rappresentazione drammatica di una società che va in malora con tutto quello che c’è dentro. In malora. Una società diseducata a cui sembra che nessuno abbia mai insegnato il senso profondo dello stare in questo mondo. Un giocattolo rotto. Una scuola cadente senza maestri. Una zattera alla deriva, su cui tutti ballano ballano senza sapere la rotta e la meta.

Eppure basterebbe poco. Basterebbe un tanto di più. Basterebbe iniziare a educare sin da piccoli i nostri ragazzi. Educare i maschi ad accettare le loro debolezze, a non mascherarsi, a non ingabbiare in schemi rigidi la loro emotività, a essere aperti e compassionevoli. Dovremmo smetterla di rinchiudere i bambini e le bambine dentro ruoli preconfezionati. Il maschio che costringiamo a essere forte, incapace di esprimere sentimenti, ad avere paura delle proprie reazioni emotive, a cui dire di non piangere come le “femminucce” (che poi “femminuccia” che significa?) sarà l’uomo debole di domani. Il maschio a cui offriamo un’immagine femminile ristretta, educata a essere remissiva, a tenere un profilo basso, a cercarsi un uomo, a dover sempre accontentare qualcuno, a essere brava, quest’uomo qui, difficilmente riuscirà da adulto a liberarsi da “un linguaggio” così invasivo.

Se insegneremo ai ragazzi e alle ragazze il rispetto reciproco, l’accettazione di sé, il diritto ad autodeterminarsi, la libertà di esprimere i sentimenti e le emozioni, riconoscendo quelli degli altri, se attraverso le parole insegnate rammenteremo anche a noi stessi la nostra umanità, allora ritroveremo la rotta. E quella zattera, oggi così alla deriva, non sarà un punto insignificante in mezzo alle onde, ma ci riporterà al senso vero e profondo del nostro stare qui e ora.

P.S. Non tutti gli uomini sono così. Non tutti sfogano frustrazione e dolore, distruggendo vite e futuro. Ci sono uomini dolci, sensibili, capaci di emozionarsi senza provare vergogna, lontani da pensieri ingabbiati in stereotipi. Ne conosco tanti. Due di questi li vivo felicemente tutti giorni. Molti altri ho avuto la ventura di incontrarli nel mio cammino. Tutti mi regalano la possibilità di abitare in un presente migliore di questo.