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LA STORIA. Il lavoro nobilita l’uomo. CALABRO'

LA STORIA. Il lavoro nobilita l’uomo. CALABRO'

lvrr       ANTONIO CALABRO' - È molto frequente ascoltare discorsi nei quali viene indicato come responsabile della disoccupazione imperante lo Stato. Neanche la Politica, o meglio la cattiva Politica, quella che da decenni prospera sotto ogni bandiera con il comune denominatore della corruzione, dei favoritismi e delle consorterie; no, il “popolo”, parla apertamente di un difetto dello Stato. Lo potete ascoltare in fila dal barbiere o dal medico, cogliendo al volo i discorsi mentre passeggiate sul corso, sui social network dove tutti i filosofi giornalieri sparano ad alzo zero contro l’Istituzione, ai raduni di nostalgici o di eccentrici, in ogni dove.

A Reggio Calabria la disoccupazione è cronicizzata; quella giovanile sta toccando punte mai raggiunte, e si unisce a quella provocata dalle storie di cronaca giudiziaria, e alle difficoltà strutturali che per molteplici motivi da sempre agiscono sul territorio.

C’è ad esempio Peppino, che è un grande lavoratore. Per lui lavorare è un principio morale, una regola di vita, l’unica differenza tra una persona onesta e un criminale. Secondo Peppino tutti quelli che non sgobbano sono dei fannulloni, compresi naturalmente i creativi, i dirigenti, i politici, i sindacalisti, i giornalisti, gli alternativi, persino i pensionati; è un comunista vecchio stampo, ed infatti porta con orgoglio dei baffoni sul modello di Stalin, il suo idolo che, in pieno 2014, di tanto in tanto invoca come panacea di ogni male. La Siberia ci vorrebbe, impreca appena sente in Tv di nuovi scandali e inchieste; la Siberia, quando vede una rockstar dimenarsi sul palcoscenico; la Siberia, se scruta dei PunkBestia con i loro cani che cercano soldi. E conclude sempre dicendo che la colpa è tutta dello Stato.

Ha ragione Peppino ? In effetti lui ha sempre lavorato, sin da quando aveva 15 anni. Conseguita la licenza media, prima ha fatto il meccanico, poi l’elettricista, poi il fontaniere, quindi ha brillantemente superato un concorso (si deve dire che il suocero era buon amico di un noto reggino che ha fatto tanto per il lavoro in Calabria, anche se poi è finito male, e che probabilmente il suo nome era sottolineato nella lista degli aspiranti lavoratori) ed è entrato in ferrovia giovanissimo, con l’incarico di operaio. Già mentre lavorava, direttamente al deposito locomotive di Reggio, si dava da fare con un secondo lavoro: nei riposi metteva a frutto le sue abilità, riparava televisioni e lavandini, sturava cessi e montava antenne: arrotondava. Mica si può stare con le mani in mano, sostiene, o girarsi i pollici come i preti, o fare chiacchiere come i politici, o scrivere cazzate come i poeti. Lavorare, lavorare e lavorare.

A 39 anni, sei mesi e un giorno, sfruttando una di quelle mostruosità consentite dalla Cattiva Politica della nostra nazione, è andato in pensione. Da quel momento non ha più perso un giorno di fatica, tranne qualche festa e qualche sparuta domenica. Laboriosamente, fatica e incassa. Sa fare tutto. Muratore, fontaniere, elettricista, imbianchino, eccetera eccetera. Certo, percepisce la pensione, anche sostanziosa, ma volete mettere ? Non avrebbe mai potuto comprare gli appartamenti per i figli, con quei quattro spiccioli. Certo, non rilascia ricevute o fatture, in pratica esercita le sue professioni completamente in nero.

Ma è convinto di far bene. No che non le paga, le tasse. Il suo lavoro non deve servire a mantenere le auto blu di quei quattro corrotti nullafacenti.

Se la situazione è così schifosa, è colpa dello Stato, sostiene. Se i suoi figli laureati non trovano uno straccio di lavoro, è colpa dello Stato. Tutta colpa degli altri, fannulloni e profittatori, se questa società è iniqua e sbilanciata. In Siberia, li manderebbe, a spaccare pietre a vita.