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REGGIO. Quella veglia attorno alle mura del carcere di San Pietro. NUCERA

REGGIO. Quella veglia attorno alle mura del carcere di San Pietro. NUCERA

sptr       di IDA NUCERA

- Come ogni anno, anche questo 23 dicembre, la Comunità di Vita Cristiana ha organizzato, presenti il vescovo mons. Morosini, i padri Gesuiti e Scalabriniani, con il Masci, il Coordinamento per l’emergenza migranti e i volontari presso la Casa Circondariale, una veglia di preghiera attorno alle mura del carcere di San Pietro.

“Chi sto attendendo nella mia vita, nella mia realtà di ogni giorno?”. E’ la domanda pregante di aspettative, di inquietudine e speranza insieme, che ha fatto da apertura in una serata di dicembre, appena rinfrescata dal vento, attorno alla lampada arrivata da Betlemme e posta al centro della piazzetta di San Pietro. Una piccola luce che nella notte richiama lo “shalom”, una vita in pienezza, non una generica idea di pace, come anche il vescovo ha sottolineato, in quanto il Natale non è tanto la festa che esprime disincarnate parole di pace, di fratellanza, ma “è una Luce che si è accesa a Betlemme. Chi l’accetta poi la esprime e la trasmette”.

Una Luce che chiede alle nostre attese, mai prive di contraddizioni e limiti, di farsi carne nella nostra vita e di nascere nella nostra storia. Un’occasione di incontro che spezza le consuete corse prenatalizie, l’affannarsi tra vetrine, regali e banchetti. Un momento per riflettere anche sul significato della stessa parola “veglia”, che spesso intendiamo come occasione per riposare prima di brindisi, feste e veglioni, mentre il senso vero è quello di “vigilare”, di non “dormire” per affinare lo sguardo. Vegliare per non correre troppo smarrendoci e disperdendoci in mille rivoli effimeri e sterili. Il Papa ha parlato di malattie spirituali che riguardano tutti da vicino, non solo chi stringe a sé il potere, sia esso ecclesiale o temporale. Una tra tutte, sembra esprimere la perdita di senso della vita, e nello specifico, dell’autenticità del Natale: è l’Alzheimer spirituale, lo spegnersi della memoria interiore riguardo la propria identità.

Una veglia itinerante, quindi per mettersi in cammino, dopo aver visto, tra tante, una luce che non abbaglia, e che tutti desideriamo seguire, fidandoci, passo dopo passo su una terra, una città accidentata e ferita, dove nessuno, anche se si impegna per il bene comune, dovrebbe mai sentirsi mai il salvatore, ma conservare intatta l'intuizione profonda di non seguire mai il consiglio "di lasciare perdere, tanto…"

Veglia itinerante, per abbracciare tutto il perimetro di un luogo, che pur dentro la città, resta una realtà diversa, separata, a tratti anche imbarazzante, e proprio per questo, non smette di interrogarci. Soprattutto in un tempo denso di fatica e di incertezze, in cui è facile essere attratti da molte “luci sfolgoranti” che promettono salvezza.

Per esprimere l’urgente necessità di non restare rinchiusi dentro le proprie realtà personali, dentro i perimetri, spesso angusti di questa città, ritrovandosi in un luogo segno di una realtà sociale e umana ferita, di lacrime che chiedono di essere ascoltate, a prescindere da facili buonismi, perché la fiducia nella legalità e nella giustizia non vanno disgiunte dalla cura e dall’attenzione per chi ha sbagliato.

Pur provenendo tutti da realtà lontane, distanti e diverse tra loro, ciascuno, sia chi è dentro sia chi è fuori da quelle mura, ha, per un momento, interrotto la corsa affannata e insensata al Natale, scegliendo di pregare insieme attorno alle mura del carcere cittadino, lasciandosi guidare dalla figura di un re, Davide, uomo che ha conosciuto il peccato nelle sue forme più oscure: il furto, l’omicidio, il tradimento, l’infedeltà, ma anche la perdita dell’amico amato, la morte del figlio, l’abbandono del suo popolo. Un uomo come tutti, quelli fuori dalle sbarre e quelli dentro, alcuni dei quali hanno scritto brevi e toccanti preghiere lette in conclusione, dove brucianti su tutte, sono le lacrime per la privazione dai propri affetti e per la sofferenza inflitta ai familiari. Un uomo, che però ha saputo affrontare con coraggio le contraddizioni e le lacerazioni della propria vita, lasciandosi ricostruire dal perdono e dall’amore di una Paternità misericordiosa.