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La Memoria è il nome dei morti che gli aguzzini hanno umiliato e annientato. T. CALABRÒ

La Memoria è il nome dei morti che gli aguzzini hanno umiliato e annientato. T. CALABRÒ

gmmr      di TIZIANA CALABRÒ - La memoria è pronunciare il nome dei morti per rivendicarne la loro umanità. Quella che gli aguzzini hanno umiliato e offeso fino all’annientamento. La memoria è un processo morale spinto dalla nostra coscienza. La memoria è il silenzio che resta dopo un atto di violenza estremo, perché i morti non possono più parlare.

Quando i nazisti uccidevano, gli ebrei non erano considerati esseri umani. Erano degradati a “figuren”. Così i nazisti attuavano con rigore scientifico un processo di annientamento dell’altro, che passava attraverso la sua umiliazione. Come avrebbero potuto altrimenti giustificare l’orrore. A essere offesi e sterminati non erano persone con la normalità delle loro vite, con il loro sentire e amare con la possibilità di un futuro ordinario. Erano “cose”, “stracci”, “detriti”, robaccia inutile. Così si stermina un popolo.

Oggi come controcanto universale, si ricorda questo eccidio che ha macchiato l’umanità intera, che dovrebbe servire da monito, perché non si verifichi mai più. Anche a questo serve la memoria.

Ma il male, continua a non conoscere latitudini. Il male che dall’inizio dell’umanità viaggia nel tempo e nello spazio, si è sempre poggiato come un’ombra maledetta nel cuore degli uomini, ammorbandoli. La storia dell’umanità ne è segnata. La storia è racconto di sopraffazione e negazione dell’umanità dell’altro. Così si sterminano i popoli riducendoli a “figuren”.

Ieri, nell’Europa nazista, erano gli ebrei e con loro i Rom e gli omosessuali. E andando ancora più lontano nel tempo e nello spazio, erano gli indiani d’America o gli schiavi d’Africa. Oggi è il popolo Palestinese, il popolo Kurdo, il popolo della Nigeria, il popolo Siriano. Il popolo delle vittime ridotte al silenzio.

Per questo la memoria deve volare alto. Per questo deve pronunciare i nomi dei morti per restituire loro, l’essenza strappata. E la memoria deve anche ricordare i soccorritori, di ieri e di oggi. Deve ricordare anche chi ha scelto di fare il bene, rischiando personalmente. Deve ricordare “quelli che non confusero mai gli oggetti con gli esseri umani, che sapevano la differenza tra il nominare e il nominato”. La memoria deve ricordare chi ancora e ancora offre “pane e acqua”, offre la propria bontà, pur restando “nel fango della condizione umana”.