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ANTIMAFIA. E in Sicilia si scopre che consente affari e carriere. ACQUARO

ANTIMAFIA. E in Sicilia si scopre che consente affari e carriere. ACQUARO

scsc    di MASSIMO ACQUARO - Un tornado sta scuotendo l’antimafia siciliana e, quindi, l’antimafia punto e basta. Infatti solo in Sicilia si può dire che sia davvero esistito un movimento di rivolta alla violenza dei boss, mentre in ogni altra parte d’Italia non v’è mai stato nulla di paragonabile.

Nei giorni scorsi su “Repubblica” un giornalista di razza e di grande rigore, come Attilio Bolzoni, ha speso parole di fuoco sul caso Montante, leader di Confindustria in Sicilia e responsabile del settore legalità di Confindustria nazionale, chiamato in causa da ben cinque pentiti per presunte collusioni con la mafia. Un pezzo da 90 della politica e dell’imprenditoria nazionale, collocato di recente – grazie ad influenti appoggi tra magistrati di primo piano e pezzi della politica nazionale – anche ai vertici dell’Agenzia dei beni confiscati con sede a Reggio.

Bolzoni, con cautela, riprende il tema di Buttafuoco (e se si vuole, prima ancora, di Sciascia) della “dittatura dell’antimafia”, ossia di un mood, di un pensiero forte e dominante che ha visto agglutinarsi politici, imprenditori, giornalisti, magistrati sino a costituire un blocco monolite che, in nome di una lotta elitaria, ma cinica alla mafia, ha costruito carriere, posizioni di vantaggio, ha insomma scalato il potere. Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo, ha in questi giorni (probabilmente a ragione) salutato l’elezione di Mattarella a simbolo della sconfitta dei clan e Francesco La Licata, su la “Stampa”, non ha potuto fare a meno di compiacersi del fatto che la storia delle due più alte cariche dello Stato abbia una comune matrice antimafia e proprio in Sicilia.

Per carità, tutto legittimo e comprensibile, forse anche giusto. Ma, come si diceva, l’affaire Montante va al di là del suo caso personale, della presunzione di innocenza che lo garantisce, e pone il problema drammatico – in Sicilia come in Calabria – del modo in cui ormai ampi pezzi della società percepiscano la lotta alla mafia come uno strumento per esercitare una feroce egemonia, per battere gli avversari e conquistare spazi. Basta osservare qualche carriera, anche tra i giornalisti, per capire come sul carro dell’antimafia siano salite un mucchio di persone, non sempre per bene e non sempre limpide nel modo in cui esercitano il proprio mestiere. Talvolta persino mediocri, ma nobilitate dalle stimmate che sono loro certificate da un circuito chiuso, da un club che si “auto” conferisce gradi ed onorificenze.

Lei, caro Direttore, anche lei - diciamocelo - non manca di dare il giusto spazio a questo mondo in continua espansione che annette adepti fedeli ed espelle “eretici” e dissidenti. Vada su Google e digiti insieme “Montante” “Confindustria” e “Reggio Calabria” vedrà cosa le verrà fuori. Da Zoomsud si apprende di un grande convegno nei saloni di Confindustria con la partecipazione del senatore Nico D’Ascola, componente della commissione Giustizia, e del procuratore della Repubblica Federico Cafiero de Raho. Le conclusioni, come in molte altre città e come molte altre volte, sono state affidate al delegato nazionale di Confindustria per la legalità, Antonello Montante. L’ennesimo giro di un valzer che tira in ballo anche gente per bene.

E’ come Sanremo: ci vuole l’ospite di grido.

Ora è chiaro, ed anche Bolzoni lo ricorda, che molta parte di questo mondo non avrebbe alcuno spazio se non fosse legittimata da pezzi della magistratura che, a loro volta, non perdono occasione, giustamente, per mostrare il proprio senso civico e incitare i cittadini al riscatto. Ma come si vede questo atteggiamento genera confusione, sbilancia, sconcerta talvolta. Bene tocca proprio alle istituzioni e, tra esse, alle toghe dare l’esempio e cominciare a rifiutare, con garbo e fermezza, ogni invito a manifestazioni della cd. società civile ove, tra gente onesta, purtroppo si sono formati grumi opachi di carrierismo antimafia.

Tanto, mi creda caro Direttore, ha ragione Bolzoni: i siciliani (ed i calabresi) a questa antimafia d’élite non credono più. Se ne ricordi anche il governatore Oliverio che ha già piazzato un paio di mosse nel solco dell’antimafia da bere del suo predecessore. Prudenza presidente e occhio ai soldi dei calabresi.