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REGGIO: Quando muore un clochard T.CALABRO'

REGGIO: Quando muore un clochard T.CALABRO'

clochard

di TIZIANA CALABRO’ -

Mi chiamano al telefono da zoomsud per chiedermi di scrivere un articolo. Dico “sì”. Mi dicono che è morto un uomo di 54 anni nel centro della nostra città, su una panchina della Piazzetta Genoese Zerbi.

Era un uomo solo, forse per scelta, o semplicemente perché a volte ci si perde e la strada si smette di cercarla. Per questo dico “sì”. Sono incasinata ma dico “sì”. Mia figlia stanotte partirà. Ad aprile ci sono i viaggi di istruzione e i ragazzi partono. Terza media, tredici anni. Siamo in ritardo e nel caos. La confusione ordinaria di una vita ordinaria.

Ma penso all’uomo morto sulla panchina. Lo hanno visto la mattina accasciato e inerme, i vestiti logori, la puzza della povertà. Hanno chiamato la polizia. Immagino mentre la ragazzina cinguetta allegra per le stanze di casa nostra. Con questa musica nelle orecchie penso all’intervento della polizia che rileva il corpo dell’uomo ormai senza vita. Vedo per un attimo le volanti, l’autoambulanza e i curiosi attorno all’altare della povertà, mentre mia figlia mi parla muovendosi nella sicurezza di presenze affettuose, di presenze che sono casa.

Leggo da qualche parte che l’uomo era un barbone, un senza tetto o come dicono i francesi con il loro talento unico di addolcire la crudezza della vita attraverso le parole, un clochard.

Penso all’articolo e a quello che devo raccontare e non è facile perché dentro una giornata come questa, così pullulante di freschezza e futuro diventa più difficile vedere. Mi chiedo se qualcuno avrà pianto per l’uomo trovato morto sulla panchina manifestando la pietà misteriosa che si sente per il dolore degli sconosciuti, per i loro corpi offesi, per la loro anima incrinata, la loro miseria senza speranza. Mi chiedo se avranno pianto i poliziotti accorsi sul posto o se ha pianto chi attraversando la piazzetta, ha avuto il cuore e l’anima di avvicinarsi e di vedere chi è trasparente ai più.

Mi distraggo ancora. Mia figlia mi chiede del pigiama da mettere in valigia. E’ in un cassetto profumato di bucato. Mi chiede cosa sto scrivendo. Nulla, le dico. Non riesco a dirle la verità, non oggi. Chiudo il pc, lei mi incalza, le sorrido mentre penso alla solitudine di quell’uomo senza nome, e al suo viaggio iniziato in un giorno qualsiasi di 54 anni fa e finito al termine della notte sopra una panchina di una piazzetta, ora già piena di vita ignara.