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Focà e Corigliano. Calabria a rischio razzismo

Focà e Corigliano. Calabria a rischio razzismo

Focà   di ALDO VARANO -

La Calabria è una terra ospitale e solidale. Non per razza ma grazie alla memoria dolorosa e ancora viva dei calabresi che sono stati costretti a gigantesche migrazioni. Non nei secoli scorsi. Gli straccioni affamati che se ne andavano non erano greci, romani o bizantini. Ma i nostri nonni e, per i più giovani, al massimo i nonni di papà e della mamma. Non partivano, con l'inglese e la laurea in tasca, per trovare migliori condizioni di vita, ma scacciati dalla fame. Per trovare da mangiare e lasciare più cibo a chi restava. Avere fame è ormai (per fortuna) espressione che ha un significato diverso da quello conosciuto dai nostri recenti antenati e parenti per i quali era assenza delle calorie necessarie per vivere e l’ossessione permanente di un appetito mai completamente vinto. Insomma, fame vera e prolungata.

Ma la memoria, specie quella del dolore che spesso si mescola con la vergogna, si assottiglia per un fenomeno naturale di autodifesae. Più rapidamente se non se ne conservano le tracce o non la si alimenta. Per restare ospitali e solidali dobbiamo sceglierlo con una strategia che mantenga queste nostre caratteristiche che non sono eterne né date una volta per tutte.

Niente allarmismi, per carità. Ma dopo la rivolta di Rosarno e il sottofondo razzista che l’innescò, bisogna fare attenzione e non sottovalutare i segni di disagio che affiorano e sono forse destinati a inasprirsi per la crisi durissima che potrebbe investire il Sud e la Calabria lasciati a se stessi dal resto del Paese.

A Focà, frazione di Caulonia, un gruppo di genitori quando ha saputo che la scuola sarebbe stata utilizzata per ospitare gl’immigrati, ha saldato il cancello per impedirlo. I genitori non hanno chiesto garanzie per assicurare la scuola ai propri figli, com’era giusto che fosse. Hanno saldato l’entrata. Un gesto inequivoco: gli immigrati non li vogliamo qui. Mandateli dove volete, ma non qui.

A Corigliano, centinaia di chilometri più in là, il sindaco saputo che stava per arrivare al porto una nave carica di immigrati, ha messo le mani avanti: il Comune potrebbe non muovere una foglia. Ha chiesto l’intervento di Mattarella e Renzi perché si prenda “cognizione dell'emergenza assoluta nella quale versa questo territorio” e chiede venga interrotta “questa che è ormai diventata una spirale negativa, incontrollata ed ingestibile, destinata ad impoverire ed emarginare definitivamente la Calabria ionica". Poi la minaccia: niente Comune. Insomma, gli immigrati non li vogliamo, siamo abbastanza poveri di nostro.

Focà e Corigliano, a poche ore di distanza, reagiscono allo stesso modo. Corigliano forse con più durezza perché il sindaco viene dalla storia della destra che in Italia non a caso è stata alleata con i razzisti della Lega Nord.

Naturalmente, nessuno vuol sentire parlare di razzismo, come accadde ai tempi della rivolta di Rosarno: tutti respingono con sdegno l’accusa. Come se il razzismo fosse cosa diversa dalla paura o dal fastidio dell’altro e dallo scontro nella lotta per l’accaparramento delle risorse.

Di fronte a questi segni l’indignazione e lo scandalo culturali non servono. La retorica dei calabresi generosi diventa vacua e inutile. E’ necessario, invece, che la politica trovi soluzioni equilibrate garantendo da Roma e Catanzaro, ma anche da Reggio e Cosenza nelle cui province si trovano Focà e Corigliano, risorse e condizioni che non scarichino per intero sulla popolazione il peso terribile della disperazione che gli immigrati si portano addosso.

Oliverio ha rapidamente posto il problema. Lo si faccia anche più in alto e più in basso di lui. Si impedisca che la Calabria da terra di ‘ndranghetisti diventi terra di razzisti. Perché se la prima definizione è un imbroglio e una sciocchezza, la seconda è un rischio non impossibile.