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LA STORIA. Francesca, uccisa dal frutto del suo ventre. Il FEMMINICIDIO e la Bibbia del demonio

LA STORIA. Francesca, uccisa dal frutto del suo ventre. Il FEMMINICIDIO e la Bibbia del demonio

Femminicidio     di CONSOLATO MINNITI -

 «Pirdunatimi». La voce strozzata dalla paura, quel senso d'impotenza dinanzi ad un verdetto di morte che non ammette appello. Francesca Bellocco ci prova a muovere la pietà dei suoi aguzzini, ma non c'è più nulla da fare. Il disonore è un'onta che va lavata con il sangue. Fosse anche quello di chi la vita te l'ha data. Quello di tua madre. I suoi occhi pieni di terrore, il suo sguardo che implora misericordia nulla possono davanti a codici arcaici marchiati col rosso e tramandati da padre in figlio come fossero bibbia del demonio.

E quella mattina, Francesca Bellocco, 43 anni appena, vive sulla sua pelle ancora giovane, quanto disgraziata sia la legge in cui crede il figlio che ha messo al mondo e cresciuto, quando era poco più che una ragazzina. Appartiene ad una famiglia notoriamente mafiosa, Francesca. E sposa un uomo che ci mette poco a finire nelle maglie della giustizia. Tanto che per scontare la sorveglianza speciale cui è sottoposto, lo spediscono a Padenghe sul Garda, in provincia di Brescia.

È lì che Salvatore Barone vive con la moglie ed il figlio Francesco. Ed è da quel paesino così diverso e lontano dalla Calabria che ha inizio tutta questa storia, terminata con l'arresto del 23enne con la terribile accusa di aver ucciso sua madre. Sono le 20 circa del 21 agosto 2013, quando Francesco Barone ed il padre si recano dai carabinieri del luogo per denunciare l'allontanamento volontario di Francesca Bellocco. I militari avvisano i colleghi calabresi e le ricerche iniziano. Senti Bellocco e pensi Cacciola, Maria Concetta Cacciola, la giovane testimone di giustizia morta in circostanze ancora da chiarire, dopo aver ingerito acido muriatico.

Passano pochi minuti ed i carabinieri mettono insieme il primo tassello: il link Bellocco-Cacciola è quello corretto. Perché Francesca, da qualche tempo, intrattiene una relazione extraconiugale con Domenico Cacciola, posto ai vertici dell'omonima famiglia di mafia e cugino di Michele, padre di Cetta. Già da un pezzo si mormora della loro relazione sentimentale. Tutti sanno, nessuno parla. Perché i fedifraghi sono appartenenti alla ndrangheta e quelli, se sparli di loro, non perdonano.

Ben presto s'intuisce che il 18 agosto 2013, data della scomparsa di Francesca, anche Domenico Cacciola fa perdere le proprie tracce. Nessuno sa più nulla di lui. Solo silenzio. E nemmeno una denuncia da parte dei familiari. Domenico Cacciola è un fantasma per tutti ormai a Rosarno. Dove si torna a parlare sottovoce. Mezze frasi per sussurrare che gli amanti sono morti. Prove o testimonianze zero. Gli investigatori incrociano telefonate, celle, gps, dichiarazioni e silenzi. E capiscono che il destino ha riservato a Francesca e Domenico una fine comune. Manca il tassello fondamentale, qualcosa che dia sostegno e corpo all'accusa.

Ed occorre un anno e mezzo affinché un uomo decida di andare dai magistrati ed iniziare a parlare. E’ un vigile urbano, anch'egli di Rosarno. Ma qui non è un problema di divisa, perché c'è il senso di giustizia che prevale. Il suo travaglio è enorme: sa che varcando quella soglia non potrà più tomare indietro, che la sua vita non sarà quella di prima, che una delle più potenti famiglie di mafia lo vorrà morto. Eppure lui raccoglie il coraggio tra le mani, si sfoga, impreca, esita, quasi desiste, ma alla fine trova la forza per vuotare il sacco. Perché lui è un testimone oculare e ciò che ha visto inchioda Francesco Barone alle proprie responsabilità.

Il nastro si riavvolge come in un lunghissimo flashback e ritorna a quel 18 agosto 2013. Sono le due del mattino, a Rosarno, quando Francesco Bellocco rientra a casa all'improvviso. È lì con la mamma per trascorrere le ferie estive. Il suo ingresso in casa è un fulmine a ciel sereno per la donna che si trova in compagnia dell'amante. E colta in flagranza di tradimento da un figlio che non conosce legge se non quella scritta con il sangue. Francesca capisce che questa volta non avrà via di scampo e chiama subito il marito. Dall'altro capo del telefono l'uomo non comprende cosa stia accadendo, se non una frase: «Ho sbagliato». Non ha altro tempo per sentire le ragioni della moglie, poiché il figlio prende il telefono dalle mani della madre e rassicura il padre: nessun problema, mamma non si sente bene. La telefonata viene chiusa ed il cellulare messo da parte. Sono ore interminabili in cui Domenico Cacciola, evidentemente riuscito a sfuggire alla furia del giovane, tenta di contattare l'amata. Invano. Al telefono non risponderà mai più nessuno.

La notte scivola via sull'onda del terrore per Francesca. Ha lì davanti suo figlio, crede ancora nel sentimento del perdono. Lo prega fino alle 7.15 del mattino, quando un commando composto da tre uomini armasti di pistola e con volto travisato da passamontagna, giunge davanti all'abitazione della donna, a bordo di una piccola utilitaria. Il vigile urbano vede e sente tutto. Abita lì vicino. E in quel momento che Francesca lancia il suo ultimo grido di pietà: «Pirdunatimi».

Ma la risposta al disonore è la morte e così il figlio Francesco prende l'auto di famiglia e la parcheggia all'interno del garage collegato con l'abitazione. Dopo poco esce, in compagnia di un componente del commando. Probabilmente a bordo ha il corpo della madre, non si sa se tramortita o già uccisa. Gli altri lo scortano con l'utilitaria, dileguandosi per le vie di Rosarno. E’ l'ultimo atto di una nottata di follia. Francesco Barone crede di aver messo tutto a posto. Dalla finestra di casa, però, c'è un eroe del quotidiano che ha tutto impresso in testa. E poco importa se abbia preso del tempo prima di parlare. Lo ha fatto e ciò basta.

Il resto è storia nota: la Dda reggina dapprima emette un fermo non convalidato dal giudice di Palmi. Poi fa una precisa richiesta di custodia cautelare al gip distrettuale, questa volta pienamente accolta. Secondo i pm, Francesco Barone è l'omicida della madre, assieme ad altri complici. Uno di questi sarebbe - ma al momento è solo indagato a piede libero - Giuseppe Bellocco.

E Domenico Cacciola? Nessuna traccia. Come niente è stato trovato dei resti di Francesca Bellocco. Il delitto d'onore che doveva essere perfetto, ha incontrato sulla sua strada la tenacia di un uomo perbene, come tanti a Rosarno[U1] ed in Calabria. Uno che con la sua normalità ha squarciato il velo di silenzio attorno ad un fatto terribile e che adesso è lontano dalla sua terra, con una vita da ricostruire assieme alla famiglia, ma con la certezza di aver fatto la cosa giusta. Per le sue figlie, certo, ma soprattutto per quelli di tutti gli altri rosarnesi.