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SUD e 25 APRILE. Il calabrese di Caulonia che tra le bombe trasportava i feriti

SUD e 25 APRILE. Il calabrese di Caulonia che tra le bombe trasportava i feriti

Gli eroi barellieri     di ALDO VARANO -

Al telefono Gaspare Mirandola, per anni sindaco (Pci) di Riolo Terme in Romagna (ora presidente Anpi) non ha fatto preamboli: “Devi venire su. Inauguriamo il monumento agli eroi-barellieri di Riolo”. Poi ha calato l’asso di briscola: “Te lo dico perché diamo una medaglia anche a un calabrese. Uno di laggiù dove abiti”. Così il giorno dopo ho prenotato l’aereo.

Riolo è nella Valle del Senio sul confine romagnolo della linea Gotica dove la guerra, feroce e terribile, si fermò tra il 1943 e il 1945. Già dopo il 25 luglio, caduto il Duce, gli antifascisti si erano dati da fare. Il paese, rimasto incastrato nella Repubblica di Salò, era amministrato da persone che avevano aderito clandestinamente al Cln. Ma comandavano solo i tedeschi. Con le armi. Di fronte, a non più di un chilometro, c’erano gli alleati. L’ordine per entrambi gli schieramenti era tenere il fronte. Lo facevano scambiandosi bordate di bombe e granate ogni giorno. Una mattanza tragica. Si moriva e c’erano feriti gravi mentre Riolo veniva rasa al suolo: dagli alleati, che bombardavano; dai tedeschi, che sventravano case e pareti per farne tunnel-camminamenti.

L’isolamento era totale. Niente acqua, luce, gas, medicine (farmacia bombardata). Cibo e legna per riscaldamento rarefatti. Riolo visse 127 giorni nelle cantine. In una di quelle più grandi, al centro del paese (ospitava 71 persone, 41 sotto i 10 anni), c’erano anche il maresciallo dei carabinieri di Riolo, originario di Caulonia, moglie di Catanzaro, tre figli. Fin dall’inizio, pur non facendone parte, il maresciallo calabrese si era collegato al Cln e ai partigiani. Aveva impedito molti arresti anticipando ai partigiani gli elenchi dei renitenti alla chiamata delle Brigate nere, che avrebbe dovuto arrestare. Quando andava, il maresciallo non trovava più nessuno mentre in montagna s’infoltiva la resistenza. Furono vite salvate, dolori e tragedie evitati.

Nel paese non c’era una vera spaccatura politica. Riolo era quasi tutta antifascista, tranne pochissimi. La sua fu una lotta di resistenza (e sabotaggio) passivi, come del resto chiedeva il Cln. Ma la vita era dura, sofferente, drammatica. Un filo sempre pronto a spezzarsi..

Fu allora che un gruppo di riolesi inventò il volontariato. Trasportavano i feriti all’ospedale di Imola. Il maresciallo calabrese, di fatto ormai un civile (comandavano solo i tedeschi), fu tra i protagonisti. In tutto 25 persone a cui non aveva chiesto niente nessuno, senza obbligo, né alcun privilegio per quanto facevano.

Rischiavano la vita in un tragitto impervio di viottoli di montagna per 14 chilometri. Una fatica da ammazzacristiani. Luigi Cardelli, uno dei tre sopravvissuti, mi racconta: “Avevamo due asini, due vacche e un cavallo. Il cavallo morì quasi subito. Nei tratti più duri, quasi tutto il percorso, le bestie non reggevano. E poi ci voleva delicatezza. Li portavamo quasi sempre a spalla. Quattro sotto la barella e gli altri due per i cambi e controllare i lati”. Cardelli, restò ferito da una granata. Tre suoi compagni saltarono sulle mine.

Il monumento ai BerellieriIl paese e la memorialistica di Riolo li ricorda come eroi. Nel volume sulle 127 giornate di Riolo si legge dal diario (dell’epoca) del dottor Vita: “Quasi ogni giorno gli animosi portaferiti, curvi sotto il peso delle barelle, su cui giacciono i sinistrati, coperti da una bandiera rosso-crociata, salgono faticosamente i dirupi della Falchetta, o le rampe del Raggio, mentre spesso piombano su di loro velivoli a volo radente e intorno scoppiano le granate. Sembrano ignorare il pericolo e non si fermano mai”. Anche il ritorno era duro. Consegnato il ferito iniziava la caccia al cibo da dividere tra le cantine con cui riempire la barella vuota. Il 20 marzo ’45 annota un altro memorialista: “Ritornano da Imola i portaferiti col loro carico di viveri. Fra questi sono Guido Travaglia e il maresciallo dei CC… che nei giorni scorsi si erano spinti fino a Bologna… (quasi 40 km a piedi, ndr)”. Lì il maresciallo e il gruppetto centrarono una svolta importante per sfamare Riolo recuperando una trentina di macinini da caffè. Il grano c'era, nascosto nelle case dei contadini che su indicazione del Cln avevano, prima, ritardato il raccolto lasciando, poi, i covoni sui campi fin quando i tedeschi avevano smesso di requisirlo. Ora, un pugnetto alla volta si poteva macinare e avere il pane.

Nelle stesse ore nella grande cantina si sfiorò la tragedia. Il maresciallo aveva il suo “appartamento” nello stanzone proprio sotto la scala, limitato da tre pareti. La quarta era una vecchia coperta usata a tenda per la privacy. Dentro, il letto matrimoniale per la coppia e l’ultimo arrivato e, quasi unita, la brandina dove dormivano testa e piedi figlio e figlia, i bambini più grandicelli. Non entrava altro.

Nel pomeriggio piombò lì Goffredo Cornacchia. Aveva disertato. La moglie l’abbracciò. Piangendo spiegò che lo cercava la Gestapo: l’avrebbero ammazzato o spedito in Germania. In cantina s’iniziò a discutere cosa fare quando la staffetta di guardia dei ragazzi avvertì - è la ricostruzione di Giampaolo Marchi, un altro memorialista - che stavano arrivando uno della Gestapo con l’impermeabile grigio e un soldato col mitra spianato. L’irruzione fu immediata. “Dove essere Cor-na-co? Date Cornaco o spariamo”. Giuravano tutti di non conoscerlo. La tensione cresceva. S’incattiviva con l’inasprirsi delle minacce mentre la canna del mitra si muoveva nervosamente terrorizzando tutti. Il soldato, all’improvviso, con la canna del mitra, scostò la tenda del maresciallo. Dietro la moglie, il petto nudo allattava l’ultimo nato. Il soldato oscillò, si confuse, balbettò. Anche i soldati di Hitler, c’ha insegnato Brecht, avevano un difetto: potevano pensare. La tensione si sciolse di fronte a quella madonna col bambino che le succhiava dal seno il latte e il miele della vita. I tedeschi minacciarono, ma andarono via. Scrive Marchi: “Cornacchia uscì fuori aveva il viso bianco, pareva di latte. S’era fatto tutt’uno con la branda”.

In questi giorni ho pensato spesso alla moglie catanzarese del maresciallo. Nella manciata di attimi che hanno separato la vita e la morte, da sola, non ha esitato: ha ficcato uno sconosciuto sotto il suo letto; ha scoperto il seno facendo violenza al suo pudore di donna del primo Novecento; ha deciso che per salvare una vita si può rischiare tutto. E’ vero: le donne, anche le calabresi, non sono mai state bambole di pezza.

Lo scorso 11 aprile alle 10,25, 70 anni precisi dalla liberazione di Riolo, nell’altopiano da dove gli eroi-barellieri inseguiti dalle granate imboccavano i rilievi verso Imola coi feriti a spalla, è stato inaugurato il loro monumento. Dopo il Silenzio e l’Attenti, una bambina di nove anni li ha chiamati uno per uno: i tre superstiti e poi tutti gli altri. I familiari hanno ritirato le medaglie. La statua ha al centro una foto gigantesca che i Barellieri fecero subito dopo la guerra. Nella foto, quasi al centro in giacca e cravatta, le mani una nell’altra, c’è il maresciallo di Caulonia. Una straordinaria emozione per il vostro cronista.

Sotto la foto si legge: “Nel corso delle 127 giornate decine di feriti furono trasportati sulle rampe di questi colli da umili e silenziosi eroi. Possa il coraggio e la speranza di questi precursori del volontariato ardere nello spirito delle associazioni del nostro territorio”.

P.S. Il maresciallo, Luigi Varano, era mio padre. La moglie catanzarese, mia madre. Questa storia l’ho conosciuta nei dettagli e nel suo reale significato solo nei giorni scorsi. Lui non me l’aveva raccontata.

*La foto del Monumento ai portaferiti è di Marina Lo Conte Ciaranfi.