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L’INTERVENTO. I Pugni Chiusi

L’INTERVENTO. I Pugni Chiusi

pugni chiusi    di ANTONIO CALABRÒ -

 In occasione del 25 Aprile in questa piccola città che è Reggio Calabria è esplosa, piuttosto furibonda ed ugualmente ridicola, una polemica che ha infiammato giornali, partiti, social network, radio e televisioni private, circoli di bridge e di briscola, club di golf e di bocce.

Ovunque non si è parlato di altro; in effetti un simile misfatto merita la ribalta e le sue luci, e non può passare sotto silenzio: il presidente del consiglio comunale, Demetrio Delfino, ha piazzato una sua foto ignobile su Facebook; era nudo, direte voi. Sbagliato. Stava facendo accordi sottobanco con l’opposizione, penseranno i forcaioli che leggono; sbagliato anche questo. Stava corteggiando spudoratamente una partecipante al concorso miss maglietta bagnata, sospetteranno i sessuofobici. Nulla di tutto ciò.

Demetrio Delfino, in compagnia di altri buontemponi, ha “osato” piazzare una sua foto a pugno chiuso, il braccio (sbagliato) levato verso il cielo, l’espressione irridente stile Lucio Magri appena espulso dal PCI, l’orgoglio di una appartenenza che è difficile rinnegare, almeno per chi l’ha vissuta davvero come lui.

Apriti cielo ! Bande di storici, giornalisti, politicanti,oppositori, sopraffini analisti del pensiero contemporaneo, raffinati cultori di vicende storiche misteriose, adepti di circoli e circoletti restauratori d’incontrovertibili verità, si sono scatenati sommergendo le redazioni di comunicati stampa densi di sdegno, di scandalo, di urla scritte contro l’immagine rea di riproporre gli orrori stalinisti e cambogiani.

Mentre già ci s’immagina Delfino e la sua banda banchettare spolpando le ossa di bambini democristiani, mentre già i cavalli della giunta rosso-relativo di Reggio Calabria scalpitano per abbeverarsi alle fontane di San Pietro, mentre già il tintinnare di sciabole dei vecchi seguaci di Borghese, che qui aveva la seconda casa, determinati a resistere fino all’ultima goccia di sangue, invade lo spazio sonoro , sarebbe bene ricordare il significato del pugno chiuso e la sua simbologia potente e collettiva, rimasuglio di un sogno.

Il pugno chiuso era l’unione dei deboli contro i forti. Era la resistenza degli oppressi agli oppressori. Era la speranza di un mondo giusto, equo, solidale. Il pugno chiuso era la resistenza agli orrori della Spagna franchista; era il rifiuto tedesco al nazismo. Il pugno chiuso era Lugano, l’antifascismo, i fratelli Rosselli, i morti di Reggio Emilia, i fratelli Cervi, era il rifiuto degli orrori di via Tasso e delle Brigate Nere.

Era pugno chiuso quello delle terre sottratte agli ignobili latifondisti, quello di Portella delle Ginestre, ma anche quello della banda Cavallero, e degli anarchici impenitenti; e poi era quello di Via Giulia, era pugno chiuso di Tod Ruddgren e di Parco Lambro, ribelle con i Rolling, con Patty Smith e con Bob Dylan. Era quello alzato di Tommie Smith e John Carlos, anche se racchiuso in un guanto nero, che gli costò le medaglie alle Olimpiadi di Città del Messico. Era quello del prime femministe sul percorso di liberazione della donna. Era Ernesto Che Guevara e Radio Alice, ma anche Benigni e Troisi, Guccini e Vecchioni, la Giannini e Dalla.

Un pugno chiuso può significare tutto, e può essere nulla; persino Bersani ebbe la sfrontatezza di levarlo al cielo, e accanto a lui c’era la “pasionaria” Moretti. Ci sono foto che ritraggono nientedimeno che Massimo D’Alema con la mano baffuta stretta a pugno. Un saluto a pugno chiuso è quello di “Lavorare con Lentezza”, è quello disperato dei Corvi, con la notte più nera sfidata; pugni chiusi, anche se in tasca, quelli di Bellocchio e quelli, micidiali, di Mohamed Alì.

Domani è Primo Maggio. Festa dei lavoratori, della gente che fatica sul serio; festa degli oppressi, degli emarginati, festa dei poveri, così dovrebbe essere; ebbene, nulla di meglio di un pugno chiuso può rappresentarla; perché, lo sappiano i gentiluomini che non se ne fanno una ragione, ci sarà sempre nella storia un pugno chiuso pronto a levarsi contro l’ingiustizia. E non c’è miglior modo di salutarsi, il Primo Maggio: a pugno chiuso, e con l’orgoglio di aver creduto alla possibilità di cambiare questo zozzo mondo, che è rimasto sporco ma quel poco che è migliorato lo deve anche a chi ci ha creduto, salutando con la mano stretta a pugno e il sorriso della speranza dipinto in viso.