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L’aggressività degli ultimi e la vita ad alto rischio del capotreno

L’aggressività degli ultimi e la vita ad alto rischio del capotreno

punkbestia   di ANTONIO CALABRÒ

- L’ennesimo capotreno aggredito, questa volta punto dalle siringhe di due zozzissimi punk-bestia, dovrebbe far riflettere sulla situazione sociale e sulle conseguenze della post-modernità.

Fare il Capotreno sta diventando un lavoro a rischio. Ogni giorno in Italia ne vengono picchiati almeno due, secondo le statistiche nazionali dello scorso anno, e il fenomeno è in aumento. Segue l’andamento della curva indicativa della miseria, in rialzo costante. Un parallelismo scontato, diminuiscono i contanti, scemano i servizi, aumentano l’aggressività e la furbizia.

Il Capotreno, simbolico transfuga di un’altra epoca tecnologica, erede di una Ferrovia elefantiaca con più di duecentomila addetti, elemento di collegamento e controllo tra l’azienda e i viaggiatori, si è trasformato in un bersaglio facile che, probabilmente nell’immaginario collettivo predatorio e anarchico, incarna un concetto che in Italia non riusciamo ad assimilare: il rispetto delle regole.

Le quattro aggressioni subite (soltanto in provincia di Reggio) nell’ultimo mese rappresentano la punta dell’Iceberg di una situazione socialmente incandescente; gli aggressori, in maggioranza immigrati senza nulla da perdere, rivendicano la loro povertà come lasciapassare, ponendo così ogni volta un quesito morale che dovrebbe pesare sull’intera comunità; invece a farsene carico viene lasciato il singolo lavoratore, che non può far altro che imporre le regole e far rispettare uno dei patti sottintesi della civiltà contemporanea: per un bene o un servizio si deve pagare.

La questione morale limita il dovere di ciascuno; come sosteneva la Arendt, se un superiore ordina di bruciare gli ebrei, il sottoposto ha l’obbligo di riflettere sull’azione comandata, ed anche il diritto di rifiutarsi; ma nel caso specifico, l’unica istruzione non prevede coercizioni o violenza: prevede esclusivamente il controllo del biglietto di viaggio, e nel caso della sua mancanza, l’applicazione delle penalità previste. Nulla a che fare con la banalità del male.

Ma anche se gli stranieri menano, non è che gli italiani siano da meno; la furbizia dilettantesca, gli espedienti, la riserva di scuse (italiani popolo di poeti, d’inventori e di nipoti con lo zio sul letto in punto di morte, per questo non hanno il biglietto), la prosopopea del “Lei non sa chi sono io”, l’invettiva minacciosa “Mi dia il suo nome, protesterò molto in alto, dove ho degli amici”, contribuiscono a rendere ogni viaggio di lavoro una Odissea dove s’incontrano mostri di ogni tipo, da Polifemo a Circe.

Uomini dell’Est con muscoli e tatuaggi da guerra, i denti guasti e la sbronza permanente; furbissimi gitani carichi di cenci, lesti a chiudersi nei bagni; prostitute di ogni colore, con l’arroganza del loro sesso in vendita; barboni miseri e silenziosi, e barboni molesti e bisticciati con il sapone ; e poi ancora teppisti, ladri, drogati, e tutta la gamma dell’umanità marginale.

Ma la stragrande maggioranza dei viaggiatori è composta da gente per bene. Soprattutto lavoratori di ogni specie e tipologia, mezzi addormentati la mattina, sfatti di fatica la sera. Con loro non ci sono problemi, anzi: il lavoro del capotreno diventa un gentile esercizio di pubbliche relazioni.

Pensare di risolvere il problema delle aggressioni con le banalità da film western (un politicante ha proposto di “armare i capitreno”, delirio puro) è la solita barzelletta per sempliciotti. Il problema è uno dei tanti i indotti dal cambiamento epocale a cui stiamo assistendo. Si può attenuare, con qualche soluzione intelligente (i tornelli nei sottopassi, ad esempio, la presenza delle forze dell’Ordine, la ricerca di convenzioni con gli uffici preposti all’immigrazione), ma come tutto ciò che è globale, non può mai essere risolto localmente.