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ADRIAN e FAID. Sui cantieri dell’A3 la morte è un rischio calcolato?

ADRIAN e FAID. Sui cantieri dell’A3 la morte è un rischio calcolato?

la morte di Faid   di ALDO VARANO -

2 MARZO 2015. Sono circa le cinque del pomeriggio. Adrian Miholca, nella sua piccola ruspa sta lavorando attorno alla campata 5 del Viadotto Italia. All’improvviso c’è uno schianto. Il viadotto crolla per 80 metri e diventa la tomba di Adrian, ragazzo rumeno di 25 anni. Il presidente dell’Anas Ciucci esprime con tempestività cordoglio alla famiglia del ragazzo e un comunicato Anas avverte che sarebbe partita un’inchiesta per accertare le responsabilità. Sui giornali non è apparso mai un rigo sulla formazione della Commissione d’indagine Anas, i nomi, le competenze dei componenti, i risultati.

28 AGOSTO 2015. Di prima mattina sotto il sole già caldo Faid Haireche, marocchino di 44 anni, sta già lavorando di buona lena. Non sappiamo se sa che non lontano da lì è morto Adrian. Faid si trova al Campo degli ulivi, un nome rassicurante e suggestivo, da dove muovono le maestranze dell’Italsarc. Di lui dicono tutti che sia un operaio di grande esperienza. All’improvviso una struttura cede e una trave metallica lo schiaccia, uccidendolo. Lascia in Marocco moglie e figli. Il presidente dell’Anas, Gianni Vittorio Armani, esprime cordoglio alla famiglia e l’Anas fa sapere che ordinerà un’inchiesta per accertare le responsabilità.

Il ministro Delrio, appena morto Adrian, dichiarò: “La morte di un operaio sul lavoro è sempre un fatto assai grave, la morte di un lavoratore su un cantiere per un’opera pubblica è un fatto gravissimo”. E aggiunse: “Un fatto non degno di un Paese civile”.

Ora i fatti non degni di un paese civile, nello spazio di un pugno di chilometri, sono diventati due. Cosa accadrà? Intanto i presidenti Anas, come la Croce rossa in guerra, avvertono le famiglie delle vittime e ordinano inchieste delle quali non si saprà nulla. Può bastare? Ci si può accontentare?

Delrio ha ragione: fatti non degni di un paese civile.

Ma c’è un altro dubbio che ci perseguita. E’ solo una combinazione che le vittime siano due stranieri?

Aghata Cristie sosteneva che: “Una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze fanno un indizio, tre coincidenze fanno una prova”. Quindi ancora la prova non c’è. Ma l’indizio, che appare terribile e corposo, sì. Ci chiediamo se in queste morti non ci sia un rischio calcolato, se i lavori più pericolosi e ad alto rischio non vengano prevalentemente nei cantieri dell’A3 affidati soprattutto a lavoratori stranieri. Anche in Vietnam andava così: i ragazzi americani che tornavano chiusi nelle bare erano soprattutto di razza nera.

Sia chiaro: noi riteniamo che sul lavoro non siano accettabili incidenti mortali. Accadono solo quando si punta a risparmiare sui costi. Non deve morire nessuno: né italiano né straniero. Ed è possibile. Ha ragione al mille per mille Delrio: fatti così non sono di un paese civile. E sarebbe inaccettabile scoprire che l’Anas e le ditte a cui affida gli appalti siano alla fin fine convinte che la Calabria è terra a parte rispetto a un paese civile.

Sarebbe poi ancor più grave, caro ministro, se dovendo correre (illegalmente o lungo una linea borderline), il rischio per tirar su più quattrini ci si orienta cinicamente a farlo correre agli stranieri le cui tutele in caso di incidenti, piaccia o no, sono sempre più deboli, e che sono più soggetti al ricatto del bisogno e/o del licenziamento specie se si tratta di operai che vengono dalla Romania o dall’Africa.

Ovviamente, speriamo di sbagliarci. Ma non sarebbe male se qualcuno, a cominciare dall’Anas ficcasse le mani per capire cose stanno realmente le cose, ma sul serio e non come ai tempi di Ciucci. E sarebbe importante se i sindacati, che hanno deciso di chiedere incontri per valutare i rischi delle maestranze connessi ai lavori (eterni) sull’A3 si preoccupassero anche di capire come stanno le cose rispetto a un possibile rischio calcolato della morte di chi lavora.