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Il Canale di Marcellinara tra sogno e bufale

Il Canale di Marcellinara tra sogno e bufale

le due sicilie   di ALDO VARANO -

Confesso di aver appreso solo nelle ultime ore che il fascismo avrebbe accarezzato l’idea di un canale a Marcellinara per rivoluzionare i trasporti e la vita nel Mediterraneo (vedi articolo di Wanda Ferro sul Quotidiano). Ma non voglio discutere di questo (bufala più bufala meno) quanto approfittare dell’occasione per notare quanto sia difficile una discussione che valorizzi il nuovo che c’è nel mondo e in Calabria anziché inseguire sogni e bufale come quella del canale.

Io sapevo che il canale (o la muraglia) a Macellinara fu il sogno di Dionigi il Grande, tiranno di Siracusa salito al potere nel V secolo (attorno al 410 a. c.). Dionigi immaginava un grande Stato, con capitale Siracusa, che facesse centro nello Stretto, col doppio vantaggio strategico di controllare gli scambio dell’Est-Ovest dell’epoca e di indebolire e sconfiggere Cartagine. Per questo, aiutato dai Locresi (e contro Reggio) iniziò a costruire una grande muraglia tra i golfi di Squillace e Sant’Eufemia. L’opera intrapresa da Dionigi rimase incompiuta e, nel mondo delle fantasie dell’epoca si arenò così il canale che avrebbe dovuto unire le acque di Ionio e Tirreno.

Scrivono due autorevoli studiosi della Magna Graecia: “Significativa è l’ideologia che induce al progetto irrealizzabile della muraglia o del canale: quella di unire alla Sicilia la punta estrema dell’Italia, separandola dal resto della penisola. E’ questa in fondo la stessa ideologia che informa il concetto di ‘Stato dello Stretto’ accarezzato da tante forme di separatismo meridionale, ovvero ispiratore, nelle cancellerie europee, dell’etichetta ufficiale di Regno delle Due Sicilie”.

Impressiona che la Ferro sia stata attirata dall’idea che, casomai, sarebbe apparsa più legittima se veicolata da Falcomatà, il sindaco di Reggio, cioè della città che (allora, oggi chissà) fu strenuamente e violentemente contro Dionigi perché il suo progetto stringeva Reggio in un ruolo subalterno (come ancora oggi l’idea di Area dello Stretto non a caso riafferrata con passione dal sindaco di Messina e dai gruppi di potere di quella città che si vedono penalizzati nella dimensione della Sicilia Orientale). Progetto già ai tempi di Dionigi avversato, oltre che da Caulonia, da Crotone (che eleggerà assieme a Catanzaro, se l’Italicum diventerà legge) i parlamentari della Repubblica di quella circoscrizione.

Dionigi sapeva quel che voleva. Tra l’altro il canale a Marcellinara gli avrebbe consentito di meglio affrontare qualsiasi ambizione con il suo Stato dello Stretto delle potentissime Crotone, Sibari e, in possibile prospettiva, Cuma.

Ma Wanda Ferro, al di là del sogno che è diritto di tutti, e che lei colloca all’interno di ricordi che le fanno onore, lo sa quel che vuole?

Tutte le argomentazioni di merito (riduzione dei tempi per il trasferimento delle merci, ecc) avanzate per giustificare il sogno del canale di Marcellinara (e dello Stato della Stretto) si fondano su idee del primo Novecento (quando il fascismo avrebbe pensato all’istmo?) ma sarebbero assolutamente prive di senso economico e/o culturale nel nostro presente storico.

Tempo fa Sole24 ha ricordato che una delle scoperte più rivoluzionarie e sottovalutate del Novecento (scoperta che ha cambiato a nostra insaputa la nostra vita quotidiana) è stata quella del container, cioè lo scatolone che ha ridotto, in accoppiata alle grandi navi, i costi del trasporto delle merci fino al 98%. Insomma, il container ha abolito gli spazi facendo saltare tutti i criteri e i vantaggi delle cosiddette economie di prossimità: il problema non è più quello della distanza rispetto al luogo in si producono le merci ma della logistica, cioè dei meccanismi con cui, al di là della distanza, viaggiano, con un costo tendente a zero, le merci (vedi il bel volume della Fondazione Edison: L’economia reale nel Mezzogiorno, a cura di Curzio e Fortis, Il Mulino, luglio 2014).

Insomma, Marcellinara, 2500 anni dopo, serve solo per i sogni. Esattamente come il ponte sullo Stretto. Serve invece, per passare dai sogni alla produzione della ricchezza e del lavoro, anziché spaccare ancor di più la Calabria, o infilarci in un’altra discussione inutile come quella sul Ponte, una regione interamente organizzata attorno a un meccanismo logistico potente. Possiamo farlo tra Gioia Tauro, Crotone, Castrovillari e l’insieme del sistema dei porti calabresi.

Non è meglio un sogno così, che potrebbe pure realizzarsi, magari cambiando la storia della Calabria?