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OSPEDALI. A Melito l'antitetanica non c'è, a Reggio si scordano l'antibiotico

OSPEDALI. A Melito l'antitetanica non c'è, a Reggio si scordano l'antibiotico

riuniti   di NINO MALLAMACI -

Il 9 agosto u.s., presso la rotatoria posta all’uscita della galleria di Melito P.S., il mio scooter si mette a pattinare su una montagnola di sabbia e finisco rovinosamente a terra. Nell’immediato, è chiara la serietà della situazione, in quanto ho il malleolo interno esposto con il legamento annesso e il sangue che esce copioso, e il malleolo esterno probabilmente fratturato. Un ragazzo mi soccorre e mi allaccia un pezzo di maglietta (dopo essersela strappata di dosso) all’altezza del polpaccio per fermare il deflusso ematico, e subito viene chiamato il 118 per fare intervenire personale specializzato.

E qui il primo intoppo: l’ambulanza arriva dopo 40 minuti circa. Ce n’è una sola per tutto il territorio jonico ed è già impegnata in un altro soccorso. In quelle stesse ore, all’ospedale di Melito un ragazzo in gravi condizioni attende di esser trasportato a Reggio: si salverà per miracolo proprio per i ritardi nel trasferimento.

Arrivo al pronto soccorso di Melito, e dopo una mezz’ora almeno di attesa vengo visitato e dirottato al servizio di radiologia. E’ in condizioni disastrose con apparecchiature risalenti agli anni 70, tanto che, dopo qualche settimana, la stampa ci darà notizia che è stato chiuso.

Tornato al pronto soccorso, senza alcun tipo di anestesia mi viene ripulita una delle ferite, quella meno profonda, e allo stesso modo mi viene suturata. Più tardi vengo trasferito al reparto di ortopedia e lì apprendo che: 1) dobbiamo comprare l’antitetanica in farmacia perché né al p.s. né al reparto ne sono provvisti; 2) nella scheda di accettazione al p.s. il catrame e il terriccio che mi devasta piede, gamba e braccio è stato rubricato come “scarsa igiene”(!!!); 3) nella stessa scheda, ci informano dal p.s., va operata una correzione in quanto l’arto incidentato non è il destro, come hanno scritto, ma il sinistro, come io so bene.

Il giorno dopo, con un’ambulanza privata, mi trasferisco agli oo.rr. di Reggio, dove attendo pazientemente in corridoio che si liberi un posto, la qual cosa avviene nel tardo pomeriggio; nel frattempo, vengo visitato e medicato nuovamente, e quindi il personale sanitario prende atto della ferita profonda ancora non suturata e delle importanti escoriazioni e abrasioni da curare.

La sera successiva, avvertendo che la temperatura corporea sta salendo, mi viene in mente che a Melito mi avevano raccomandato (ma è questa la modalità migliore per queste cose?) di continuare a Reggio la stessa terapia antibiotica iniziata lì. A tal riguardo, mi assale il dubbio che tale terapia, fondamentale in questi casi, non sia stata fatta. Me ne accerto, tramite i miei parenti medici (per fortuna io li ho, ma chi è solo come si tutela?), e in effetti nella cartella non è stata inserita la somministrazione dell’antibiotico! Gli operatori, ovviamente, rimediano immediatamente.

Per quanto riguarda l’assistenza paramedica, posso dire che la quasi totalità degli addetti fa il proprio dovere, con l’abnegazione e l’umanità che va pretesa in questo campo. Non mancano però pecche enormi, perché un paziente allettato non può esser costretto ad attendere alle sue normali attività quotidiane da solo in ragione dello scarso numero di infermieri e ausiliari; perché un paziente allettato per patologie dolorose non può e non deve essere svegliato, magari quando per qualche minuto riesce a riposare, dagli sghignazzi e dalle grida provenienti dai corridoi e dagli altri ambienti in uso al personale, anche di notte. Ciò è veramente insopportabile.

Da quello che ho scritto, da quanto apprendiamo quasi quotidianamente, saremmo portati ad imputare ai singoli operatori le inefficienze lamentate. Questo è vero, a mio avviso, solo in percentuale minima: se un’infermiera si comporta nel reparto come se si trovasse al mercato, questo atteggiamento può e deve essere attribuito alla stessa in massima parte, e poi, ovviamente, anche a chi ha l’onere di formare, vigilare, controllare.

Ma tutto quello che succede nel campo della sanità pubblica, e in special modo dalle nostre parti, non è la somma algebrica del comportamento dei singoli.

Tale è lo stato di abbandono, di incuria, di trascuratezza, di insufficienza di risorse umane e materiali, ad esempio, del nosocomio di Melito (sprovvisto dell’antitetano!), che io credo che il migliore degli operatori venga come risucchiato in un vortice dal quale non riesce più a uscire, si adatti inconsciamente ad un ambiente sciatto, dato per perso definitivamente alla causa di fornire un servizio efficace a soggetti sofferenti e perciò già provati, coi parenti e gli amici pronti a dare addosso ad ogni minima mancanza.

La verità è che non se può più. E’ saltato tutto, e solo grazie a pochi valorosi è ancora oggi possibile parlare di diritto alle cure universalmente riconosciuto, sia pure con i grandi limiti che denunciamo, senza distinzione tra chi ha e chi non ha, come negli Stati spazzati dal vento liberista, e chi è e chi non è, tipico questo del nostro paese.

E, d’altra parte, non si può essere ottimisti per il futuro, se le soluzioni indicate sono quelle, ridicole, di aumentare la sorveglianza e regolamentare gli accessi ai presidi; vogliamo usare l’esercito, come per gli obiettivi sensibili? Purtroppo, per le persone per bene e i professionisti seri, lasciati in trincea a combattere con le pistole di carta, è facile preconizzare tempi difficili, e tempi duri anche per chi ha la ventura di avere problemi seri di salute in questa terra del nulla.