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Per Claudio, il mio amico tutto passione e impegno ucciso dalla 106

Per Claudio, il mio amico tutto passione e impegno ucciso dalla 106

106   di ANTONIO CALABRÒ -

Lunga e diritta correva la strada, cantava il vecchio poeta barbuto qualche anno fa. Una canzone per un amico, canto io oggi.

Per lui, e per tutte le vittime della stramaledetta statale 106, costruita sul sangue e che sangue continua a reclamare. Come un tempio Azteco, come un vampiro d’asfalto, come la rappresentazione plastica dell’incuria e della selvaggia arte predatoria.

Claudio ci ha lasciato la vita. Era impegnato da sempre, manifestazioni, cortei, centro sociale, idee. La macchina fotografica, la passione e l’impegno. Non si può, ci diciamo. Non si può, così.

Andare a sbattere in una delle maledette innovazioni che dovrebbero migliorare la sicurezza, le stronzate supreme di chi comanda, ma lo avevamo detto, adesso dicono in molti. La strada 106 non ha bisogno di ulteriori pericoli, e quelle rotatorie non risolveranno il problema.

E poi, infiniti lavori, e profondissime speculazioni su tutto. Una macchinetta mangiasoldi e mangia-vite. Una falciatrice imperiosa.

Maledetta statale 106, che s’è rubato Claudio. Era meglio lasciare la mulattiera del secolo scorso. Era meglio tutti questi soldi a pacchi spenderli per costruire direttamente loculi e tombe. Facciamo di tutto, tranne le cose importanti. Le strade, le ferrovie, i collegamenti necessari, sono un optional. Da sempre. Sono l’occasione di appalti miliardari, e basta. Senza un progetto serio, senza un programma.

I rimedi delle teste d’uovo sono sempre conati di cinismo. Gli autovelox, che non vogliono più da nessuna parte li rifilano a noi. Di altri mezzi che hanno drasticamente ridotto gli incidenti, neanche l’ombra. Ma sulla strada della morte si crepa anche a trenta all’ora. Attraversamenti a raso e continui cantieri. Per tenerci buoni ogni tanto si tirano fuori dal cilindro Ponti sullo Stretto e farneticazioni varie. Ma d’importante, di serio, di decisivo nulla.

Resta la morte degli innocenti che ci fa sobbalzare di rabbia e d’indignazione. Tutto in Calabria è distante dalle esigenze e dai bisogni delle persone. Rimane soltanto il dolore, quello vivo e sanguinante, delle famiglie straziate, dei figlioletti sgomenti, degli amici smarriti.

Riposa in pace, caro Claudio. La strada ha avuto il suo ennesimo tributo di sangue (la diciannovesima vittima dall’inizio dell’anno), e, maledizione, passato il clamore e la rabbia, si tornerà a marciarci sopra come le formiche. Senza patria, senza regole, senza certezze.

Una terra di frontiera con la Strada della Morte, come quella che da El Paso conduceva a Santa Fe. Solo che laggiù c’erano i predatori Comanches e Apachi, qui ci sono i profittatori in giacca e cravatta, che da decenni fanno tutto senza fare nulla, se non ingrossare conti in banca e rendere sempre più pericoloso quello che dovrebbe essere un innocuo spostamento in auto lungo la costa Jonica che non si sa più se è più bella o più assassina.

Che la terra ti sia lieve. E cambierà, cantava il poeta.