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I ragazzi dello Zoo di Crotone

I ragazzi dello Zoo di Crotone

kr   di ANTONIO CALABRÒ -

Provateci voi, ad andare alla stazione ferroviaria di Crotone tra le 19 e le 9 di mattina. Provateci, se volete comprendere la distanza abissale tra la volontà e l’azione. Tra il dire e il fare. Tra l’umanità dei cuori pelosi e la realtà dei trafficanti di uomini. Basta uno sguardo. Non c’è bisogno di soffermarsi tanto. Non c’è motivo di respirare a lungo l’aria putrida che si forma su quei corpi accatastati come fagotti informi. Basta un attimo, un colpo d’occhio. Torna indietro, lo sguardo. Rimbalza. Tra pietà, sfinimento, rabbia e sgomento.

Centinaia di corpi. Non sono più extra comunitari, non sono neri, o gialli, o di altro colore. Non sono più neanche uomini. Sono corpi, e basta. Corpi che svergognano la civiltà. Fanno crollare le barriere ipocrite dietro cui ci trinceriamo. Sono il marchio di colpe secolari, che brucia nel sotterfugio della stazione di provincia.

Dormono, si arrangiano come possono. Materassi rubati dall’immondizia, coperte dismesse, rattoppate. Putride. Scarpe putride, abiti laceri, cartacce svolazzanti, involucri di cibo dismessi e maleodoranti. L’odore terribile della miseria, sotto il cielo della Calabria. La miseria più nera, quella che pensiamo esista solo nei film. Fuochi accesi con legna industriale, per scaldarsi un po’. Corpi avvinghiati per sfuggire l’aria fresca di questo autunno del mondo.

Odori terribili, vista peggiore. Abbandono totale. Lasciati a marcire. Disposti in caotico ordine, sui marciapiedi, come in una camerata. I servizi igienici li immaginiamo. La natura primordiale del necessario. Cibo, acqua, disperazione. Tutto a carico delle nostre anime di benpensanti. Milioni di euro per salvarli dalla morte e rinchiuderli in uno Zoo. I ragazzi dello Zoo di Crotone.

L’immigrazione non è emergenza. Si tratta di un esodo epocale. Come affrontarlo, come gestirlo, cosa fare, dovrebbero essere temi trattati con la profondità che la politica può avere solo confrontandosi con la realtà. Senza far fronte a necessità demagogiche o a bontà da filo spinato.

Perché quel marciapiede è recintato dal filo spinato dell’ipocrisia, delle coscienze lavate con un click, della falsa umanità plastificata e patinata. Dalla disperazione silente di quei fagotti con parvenze di uomini non può nascere futuro, non può nascere presente, non può nascere nulla, se non rabbia, sgomento, violenza.

Se questi sono uomini, allora gli uomini sono soltanto degli animali. Tutti, e noi occidentali siamo i primi.