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L’INTERVENTO (1). Ma solo in due posti si può vivere felicemente: a casa e a Parigi

L’INTERVENTO (1). Ma solo in due posti si può vivere felicemente: a casa e a Parigi

batclan pochi minuti prima   di EVA CATIZONE -

“Ci sono solo due posti al mondo dove possiamo vivere felicemente: a casa e a Parigi”, diceva Ernest Hemingway. E poi ti svegli all’alba d’una domenica non più come tante. È la cupa domenica d’un 15 novembre, con l’applicazione Fb che ti ricorda che i tuoi amici, parigini e non, per fortuna stanno bene e il pericolo è scampato. Svegliarsi con le immagini diffuse da Anne Hidalgo, la sindaco di Parigi, della Tour Eiffel spenta in segno di lutto e le foto in rete dei cinema di Montparnasse sbarrati. Tuer le bonheur, ovvero Uccidere la felicità, titola l’editoriale di Laurent Joffrin su Libération che oggi dedica un numero speciale a Je suis Paris, prima pagina con rose rosse e nero inchiostro.

   L’orrore d’una mattanza che colpisce il cuore delle libertà: da Les Halles alla Bastille, il bilancio è doloroso. Verosimilmente tre squadre hanno lanciato l’assalto in sei punti diversi della città, tutti sulla rive droite. Tra il X, l’XI e il XVIII arrondissement, la morte arriva nei quartieri orientali, tra le terrasses cafés del suggestivo canal Saint-Martin, il favoloso mondo di Amélie; nel ristorante etnico, allo stadio, nella sala rock di boulevard Voltaire, al Bataclan (omaggio a Offenbach), dove ad essere colpita è la libertà della musica. Qui la conta dei morti sarà più pesante (89, tra cui un’italiana), numericamente e non solo, giacché l’alternative rock è amato soprattutto dai giovani.

L’orrore degli sbarchi ci aveva abituati alle immagini degli uomini-tonno in mare. Oggi l’ha superata quella di uomini appesi, penzoloni alle finestre, che cercano di salvarsi. Un sistema d’intelligence troppo lacunoso, forse anche impreparato ad un attacco così liquido, difficile da prevenire perché ha la forma dell’acqua e un intero popolo, quello francese, che dà prova di compostezza e fierezza. Una lezione di civiltà viene, ancora una volta, in queste ore, dalla Francia. Di unità e sangue freddo, quello d’intonare la Marsigliese uscendo dallo stadio. Agli spari sulla musica loro rispondono col senso civico, cantando. Dalla mobilitazione di lunghe file per donare il sangue alla gestione esemplare del sistema sanitario nazionale, a partire dalla Pitiè-Salle Pêtrière, che Luigi XIV volle trasformare da fabbrica di polvere da sparo in ospedale. Dall’assistenza psicologica fornita alle famiglie nell’XI municipio e all’Ecole militaire sino al vademecum su come approcciarsi ai bambini, su come parlargli dell’accaduto, su come gestire il minuto di silenzio quando lunedì rientreranno a scuola.

Già, perché la Francia è forte e i francesi pure, “nous sommes debout” vanno ripetendo in queste ore: siamo in piedi, ammirevoli, quasi da invidiare, in questo loro radicamento allo Stato. Lo Stato sono loro ed è il loro Stato, sempre paritetico con i suoi cittadini. L’ha detto bene Nuccio Ordine da Fazio a Che fuori che tempo che fa in #paroleperparigi: per molti di noi, che per scelta sono rimasti a studiare in Calabria, Parigi è sempre stata come una seconda patria, per certi versi più forte della prima (quella dove siamo nati), che ci ha trasmesso senso di comunità. È stata una patria fatta di studi e di opportunità, di libri, di fratellanza e di libertà. La libertà di perdersi in un museo, la libertà d’andare a studiare in una biblioteca, la libertà di vedere un film che lì arriva sempre prima rispetto all’Italia perché Parigi è avanti, la libertà di passeggiare e non perdersi mai, nelle strade disegnate da Haussmann.

In un comunicato delirante di rivendicazione è detto che i luoghi per uccidere i “croisées” (ovvero i crociati) sono stati individuati minuziosamente, con cura: Parigi è stata scelta perché capitale di “abomini e perversioni” e il Bataclan perché c’era una “festa d’idolatri”. È la condanna d’uno stile di vita occidentale, il nostro. Che l’anatema lanciato su Parigi riguarda tutti. Uno stile di vita cui oggi attenta Daesh. E bisogna iniziare dalla grammatica, a colpire con le parole: non chiamatelo ISIS che lo nobilitate, chiamiamolo DAESH, che per loro è un’offesa, non solo semantica. E ripartendo dalle parole, iniziamo a porci delle domande, come in queste ore ha scritto Stefano Benni sulla sua official fanpage fb: “Le armi non vengono dal pianete Marte. Il traffico di armi è quasi il 5% del prodotto nazionale mondiale. Qualche governo ha intenzione di spiegarci cortesemente chi sta facendo tutti questi soldi?”.

Una bella, legittima domanda, cui rispondiamo con un’altra. Perché vorremmo sapere se questo ignobile traffico passa anche per Gioia Tauro, il porto di transhipment più grande del Mediterraneo, dove ogni tanto viene sequestrato un carico di droga, di abiti o di giocattoli contraffatti, mai un fucile. Che l’attenzione e i livelli di vigilanza vanno tenuti alti. Chiediamo troppo?