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Quei ragazzi che nell'oscurità accendono le luci del Natale

Quei ragazzi che nell'oscurità accendono le luci del Natale

agi2000   di IDA NUCERA

- C’è bisogno di emozioni positive perché si ripulisca l’aria in città. C’è bisogno di energie luminose e trasparenti, perché non bastano musica e pomeriggi danzanti per fare Natale.

Guai se le rappresentazioni di facciata dovessero sovrastare le piccole luci che val la pena raccontare perché illuminano nei tempi bui di carestia e squallore.

Il semplice palco di un salone parrocchiale messo a disposizione ad un’associazione di disabili, costumi alla buona, una scenografia senza pretese, è banale come racconto? Nessun effetto speciale, se non quello messo dai ragazzi di Agiduemila, mentre recitano “Il gigante AgiX e la casa dei colori”.

Non sono importanti trama e regia. Nessuno dirige e ciascuno si prende cura dell’altro. Così è stato insegnato agli operatori, che da anni applicano questa pedagogia di liberazione e di crescita che avvolge non solo chi la riceve, e come un miracolo, ritorna a chi la pratica. Una relazione d’aiuto basata sull’accoglienza empatica e coinvolta, dove nessun operatore è un mercenario, ma ha interiorizzato cos’è la gratuità e il servizio.

Sarebbero potuti sparire tutti, appena i contributi pubblici sono cessati alcuni anni fa. Andarsene da questa città il più delle volte incapace di raccogliere frutti, potenzialità e professionalità dei giovani. Hanno scritto nella lettera-manifesto: “Agiduemila è un caos calmo. A volte nemmeno troppo calmo. Io comunque non cambio mestiere…”.

Una pagina alta di responsabilità, coinvolgimento, un atto d’amore e insieme testimonianza sul modo di fare società civile e politica in un modo altro. Un’latra piccola luce che accende un insolito abete che non ha santi protettori e non fa parte di cordate. Altrimenti uno o due beni confiscati, di certo li avrebbero ottenuti e da molto. Perché anche nel terzo settore ci sono i figli di un dio minore e la mancanza di vergogna di chi accetta per sé il trattamento di favore e chi l’elargisce distraendosi rispetto al bene comune. Intanto i ragazzi di Agi2000 restano nella piccola e modesta casa dei colori, sempre lì di fronte al Seminario, sempre aperta per chi volesse andare a trovarli.

Erano ragazzi spenti dalla solitudine, dagli psicofarmaci e dall’emarginazione, incapaci a comunicare e a relazionarsi. Ora sono tornati a sorridere, a stabilire contatto, relazione, affettività. La disabilità dopo che la scuola finisce è un dramma a carico delle famiglie. Un dramma ingigantito dal tracollo del welfare (ma quando mai ha funzionato se non a scopi elettorali?) che condanna a un’involuzione senza più gli stimoli della socializzazione.

Nel Salone della chiesa del S. Salvatore, l’abete si illumina e lo spettacolo inizia. E’ un abete umano, musicale e danzante. Sulle note dello Schiaccianoci, tutti circondano una danza a due, che ha qualcosa di magico e nuovo. La scena seguente vede il gigante buono che sveglia la fanciulla addormentata sulle note della stupenda canzone “La sua figura”di Giuni Russo.

Si chiama danzability ed è un intrecciarsi di sguardi, contatti sottili e carezze ineffabili sulla scia della musica. La carezza dell’anima, dove l’uno cerca l’altro scoprendo e sentendo ciò che occhi distratti non vedono. Perché “la vera disabilità è quella del cuore”, come sostiene Sara Bottari, stella cometa che corona l’abete, signora dallo spirito indomito, che ancora percorre, secondo le regole dello scoutismo, metaforiche ed impervie strade in salita, combattendo ogni attimo in questa città la buona battaglia per la solidarietà e la giustizia.

Cos’è questa danza non solo profondamente terapeutica, questo percorso interiore a tappe, che l’istruttore Giovanni Gangemi propone come metafora di un cammino di evoluzione umana e interiore? “Si tratta di un movimento artistico e coreografico che lavora sull’improvvisazione e sul contatto con l’altro e con se stessi”. L’improvvisazione non è generata dal caso o dal caos, ma dall’armonia, una via d’amore che viene tracciata gradualmente dall’insegnante. Il contatto è scoperta graduale di se stessi, relazione profonda, fiducia e affidamento nell’altro.

I passaggi vanno dal contatto non contatto, quello che sgorga, continua a spiegarci Giovanni, dagli occhi e dall’empatia. Il secondo è il contatto attraverso la carezza, quella carezza dell’anima, così difficile da esprimere, di cui siamo così carenti e poveri, noi “abili”, ma ancora analfabeti affettivi. Terzo, il contatto muscolare e la presa della mano. Perché anche se io mi lascio andare, se cado, so che ci sarà sempre chi mi sorregge. Infonde fiducia che nella vita sapere che c'è sempre qualcuno da fare sponda. Chissà se funziona anche sulla disabilità del cuore?

Intanto i ragazzi danzano sulle note di Rino Gaetano

“E a mano a mano vedrai che nel tempo…”

E l’albero è tutto pieno di luci nell’oscurità della notte. Buon Natale!