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Bolzoni: Antimafia è fare ognuno il proprio mestiere non soldi e/o carriere

Bolzoni: Antimafia è fare ognuno il proprio mestiere non soldi e/o carriere

   Reggio-non-tace   di IDA NUCERA

- “A volte penso che il cratere di Capaci sia troppo grande per entrare in un’aula di giustizia, altre volte, che si può andare avanti, ciascuno di noi, facendo bene il proprio mestiere. Questa è la manifestazione più alta dell’antimafia”. La frase del giornalista Attilio Bolzoni, riassume emblematicamente un dialogo molto interessante che il Movimento Reggio non tace ha intrecciato con il giornalista, in occasione del sesto anno dalla bomba alla Procura. “Scegliere la gratuità per ri-esistere liberi”, il titolo dell’incontro tenuto presso l’Auditorium di S. Antonio, che non è stata un’autocelebrazione, ma rinnovare la fedeltà ad un impegno e rivederne il senso, riflettendo sul tema del movimento antimafia oggi in Italia.

Bolzoni, impegnato da decenni a scavare tra le macerie di un’Italia che stenta a comprendere e stare dietro al fenomeno delle mafie, che nel corso degli ultimi 25 anni, hanno intercettato con una velocità straordinaria gli interessi forti, cambiando strategia e volto, tanto da confondersi, colludere e coincidere con la politica. Dalla Sanità all’affare migranti, fino al sacco di Roma di Carminati e sodali, spiega il giornalista. L’apoteosi della metamorfosi è “il mafioso antimafioso”. L’antimafia era un capitale enorme di cui appropriarsene. Dopo la stagione delle stragi, l’antimafia implode, viene addomesticata, sottomessa alle elargizioni della politica, “del Ministero della Pubblica Istruzione attraverso il Miur e del Ministero dell’Interno”. Una denuncia lucida e senza sconti quella di Bolzoni.

Niente di cui meravigliarsi. Bolzoni non è il solo a parlarne, sottolinea il prof. Salvatore Miceli, che introduce e modera l’incontro, ricordando le argomentazioni del giornalista Aldo Varano, sull’interesse della politica a comprarsi il prestigio dell’antimafia e l’importanza di una struttura di controllo sulle associazioni. Riecheggiano le affermazioni di magistrati come Gratteri e Bocassini, che si chiuda con le elargizioni e che “l’antimafia non esiste, se non a costruire carriere”.

Ormai la schiera di faccendieri e mercenari ha trasversalmente inquinato tutte le fasce professionali, i magistrati, avverte Bolzoni, (vedi a Palermo la Segunto con i beni confiscati), i giornalisti, le associazioni . “Nessuno può tirarsi indietro”. Con la retorica nelle scuole e le sfilate non si va più da nessuna parte, è indispensabile un dibattito, “anche aspro” sull’argomento perché si faccia verità. “Che si facciano i nomi, per non fare di tutta l’erba un fascio”, auspica al riguardo Mario Nasone, nel suo intervento.

Secondo Bolzoni, oggi non sono tanto “i poteri illegali”, il vero problema, perché la macchina repressiva ha preso a funzionare negli ultimi 23 anni, anche se con ritardo in Calabria rispetto alla Sicilia, ma “i poteri legali che si muovono illegalmente”. E se nel 1984 con Buscetta crolla il muro dell’omertà mafiosa, ancora, “non è crollato il muro di omertà dello Stato”, afferma il giornalista. Nonostante le tante persone che ci lavorano onestamente, c’è “un cuore nero… ed ancora ad oggi non c’è stato un bel pentito di Stato che ci racconti un piccolo frammento di verità”.

La gratuità, dunque, può essere la parola chiave risolutiva, oppure, di fronte a così impenetrabile oscurità, è un barlume indistinguibile?

La scelta della gratuità nasce, spiega Miceli, “dal desiderio e dalla necessità di restituire un dono”, o, come diceva don Milani, di pagare un debito ai poveri. Ma anche in questo bisogna andare cauti, scrutarsi dentro, per vagliare i movimenti del cuore, perché: “Ci possono essere spazi immensi di gratuità anche svolgendo il proprio lavoro e si può non essere gratuiti, quando nell’animo abita il bisogno di essere riconosciuti, di sentirsi unici e migliori degli altri … polveri sottili che offuscano il senso vero di un impegno”.

Gli spazi immensi da cui sgorga la gratuità l’abbiamo colti nell’intervento di Demetrio Spagna nel ricordare l’impegno dei giovani nel ricostruire il Museo dello Strumento musicale, bloccato da insidiose pastoie burocratiche; nella testimonianza ricordata di imprenditori come Tiberio Bentivoglio o di preti come don Pino Demasi e di molti altri di cui non conosciamo il nome, ma che ogni giorno svolgono semplicemente e onestamente il loro compito.