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Cafiero de Raho e Roberti: la repressione (anche) quando vince non fa sparire le mafie

Cafiero de Raho e Roberti: la repressione (anche) quando vince non fa sparire le mafie

cafiero e roberti    di ALDO VARANO

- E’ un vero peccato che il dibattito napoletano dove infuria una guerra sanguinosa tra ragazzi della camorra non abbia eco in Calabria. Un peccato, perché potrebbe contribuire ad illuminare una discussione da noi asfittica tanto da determinare scetticismo e perplessità sulla sconfitta della ‘ndrangheta (ha fatto bene Marco Minniti a porre nei giorni scorsi il problema di lottare contro il mito della sua invincibilità)

UNO. Ma procediamo con ordine. Repubblica (8 febbraio) sulle pagine di Napoli fotografa la situazione: “Spara la camorra dei clan emergenti, poco più che bande di piccoli criminali che uccidono per sostituirsi alle grosse cosche azzerate dagli arresti”. Morti dovuti a “vicende tutte legate alla droga”. In un’altra pagina, stesso giorno, aggiunge che “i maggiori studiosi del fenomeno” valutano che la droga “nell’area napoletana ha un giro di affari stimato oltre dieci milioni di euro al mese” (loro contano in mln, non in mld).

Stessi giorno e giornale, Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, nato a Napoli dove ha a lungo lavorato (una doppia esperienza che gli consente uno sguardo lungo), spiega: “E’ una situazione apparentemente paradossale: le organizzazioni camorristiche tradizionali sono state quasi tutte colpite da interventi giudiziari molto incisivi. Sono stati sequestrati e confiscati beni di valore elevatissimo. Oggi la camorra ha il maggior numero di collaboratori di giustizia e ben 294 detenuti al carcere duro (il 41bis, ndr) su 725. Eppure nelle strade le cose sono peggiorate”.

Anche Cafiero de Raho anche lui nato a Napoli e protagonista di un’esperienza tra le più importanti nella storia della lotta (vincente) contro la camorra più feroce e meglio organizzata, parla quel giorno con un giornalista, Gigi Di Fiore del Mattino, che gli chiede la differenza tra prevenzione e repressione. Cafiero gli spiega che la prevenzione spetta al prefetto, la repressione al Procuratore della Repubblica con le forze dell’ordine. Ma soprattutto avverte che “Le due fasi devono agire di continuo. Sono due mondi che devono comunicare”. Poi, lapidario, ammette: “Eppure non bastano nel contrasto alla criminalità”.

Insomma, Roberti e Cafiero sono convinti che anche quando magistratura e forze dell’ordine assolvono con successo pieno ai loro compiti (come a Napoli) non è detto (loro sono più netti, ma io ammorbidisco) che il fenomeno mafioso venga sconfitto.

DUE. Facciamo una parentesi per un salto in Calabria. Chiudiamo gli occhi e immaginiamo centinaia di boss e/o affiliati della ‘ndrangheta “pentiti” che fanno saltare tutte le chiacchiere sulla struttura parentale come forza onnipotente di una organizzazione mafiosa. Chiudiamo centinaia e centinaia di ‘ndranghetisti in carcere. Quasi la metà (seguo le proporzioni napoletane) mettiamoli al 41bis dopo averli (ri)trasformati in poveri con sequestri e confische del frutto dei loro delitti (del resto, in Calabria e a Reggio in questi anni s’è lavorato e in parte si tratta di obiettivi già raggiunti). Riapriamo ora gli occhi e scopriamo che niente è cambiato. Anzi, potrebbe scoppiare una nuova guerra a colpi di morti ammazzati per definire nuovi equilibri criminali.

Spiega infatti Roberti: “La repressione (a Napoli, ndr) ha funzionato, ma proprio per questo ha determinato vuoti di potere criminale, aprendo spazi a gruppi di ragazzi di nemmeno vent’anni … che si scontrano per il controllo del territorio e il mercato della droga”. Come se ne esce?, lo incalza il giornalista. E Roberti: “Per risolvere i problemi sul piano sociale occorrono interventi come lavoro, scuola, servizi pubblici efficienti, trasparenza della pubblica amministrazione…”.

Torniamo a Cafiero de Rhao che ha appena spiegato al Mattino che prevenzione e repressione “non bastano nel contrasto alla criminalità”. Il giornalista non s’accontenta e lui approfondisce: “Vanno attivati presidi preventivi di carattere sociale, economico e culturale. Penso al rafforzamento della scuola, alle occasioni di lavoro, ad una istituzione politica che diventi esempio in positivo”. Il Procuratore di Reggio è perfino investito da un dubbio atroce: che molti giovani “pur avendo occasioni di occupazioni, preferiscono cedere in alcune realtà alle lusinghe della criminalità. Guadagni facili e pochi sacrifici” anche se in cambio di “una vita violenta e a rischio continuo”. E anche lui su Napoli conclude che “le forze dell’ordine e gli inquirenti hanno funzionato, mettendo in carcere quei capi di una volta. Ma c’è qualcosa nella prevenzione sociale, che evidentemente non va”.

TRE. Non so se gli farà piacere. Ma a Cafiero e Roberti va riconosciuto il merito straordinario di dire la verità senza fronzoli e senza nascondersi: magistratura e forze dell’ordine (cioè le forze della repressione e/o del contrasto) non sono sufficienti (non possono?) liberare la società e le comunità dalle mafie. E non perché, si badi, non hanno abbastanza appoggi dell’opinione pubblica o mezzi sufficienti (a cominciare dalle leggi). Non ce la fanno, ci spiegano Cafiero e Roberti guardando a Napoli, neanche quando il loro lavoro viene coronato dal successo.

In realtà, i due magistrati ripetono una verità elementare e perfino ovvia che a ricordarla, però, si rischia di finire isolati o al centro di inquietanti sospetti. Ricordo che perfino Falcone fu costretto (consapevolmente, io credo) a rischiare l’ovvio affermando che la mafia come tutti i fenomeni storici sarebbe prima o poi sparita. L’ovvio, quando tutti lo negano sopraffatti dall’ideologia o dalla potenza del luogo comune, è un atto di coraggio eccezionale che Cafiero e Roberti (come Falcone) possono permettersi perché hanno già all’attivo contributi importanti contro le mafie.

QUATTRO. E quindi? E’ evidente la necessità di un approfondimento e di una discussione franca e libera. Per intanto, colpisce che, come lo avessero concordato, Cafiero e Roberti confidino per la soluzione del problema nella scuola, nella cultura della legalità, nella trasparenza dell’amministrazione pubblica o in una politica che diventi esempio positivo (tralascio di proposito il "lavoro" ricordato da entrambi). Colpisce, perché una strategia fondata su questi elementi (che vanno comunque urgentemente perseguiti) significa programmare la sconfitta delle mafie in tempi storici insopportabilmente lunghi e tali da impegnare almeno diverse generazioni. Senza pensare al tempo necessario che manca a una dignitosa diffusione del "lavoro" al Sud (tra l’altro rallentata dalla presenza mafiosa). Né va dimenticato che strategie che possono affermarsi solo con lo sforzo di diverse generazioni tendono a perdere credibilità e si caricano di dubbi e scetticismi.

E nel dibattito colpisce anche l’assenza di obiettivi da assegnare al potere politico. Non mi riferisco agli obiettivi di sostegno politico alle forze del contrasto (sempre giusti). M’interrogo invece sull’esistenza di obiettivi specifici da assegnare al potere politico perché il potere politico è l’unico e il solo in grado di realizzarli. Obiettivi che se non perseguiti e realizzati indeboliscono e vanificano l’intera lotta alla mafia rinunciando all’obiettivo della sua scomparsa.

Il quadro che emerge è infatti questo: magistrati e forze dell’ordine possono colpire e reprimere i reati che le mafie consumano, arrestare boss e affiliati. E’ chiaro che senza questo lavoro la vita di intere comunità verrebbe inceppata. Ma a chi tocca modificare i dati storici e sociali che producono e riproducono in continuazione i mafiosi e la richiesta sociale di mafia?

*i neretti sono tutti dell'autore di questo articolo.