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CALABRIA. E’ il gattopardo che accende i roghi

CALABRIA. E’ il gattopardo che accende i roghi

fch   di GIOACCHINO CRIACO

- Il magistrato, il politico, l’amministratore locale, la realtà economica o sportiva. Il rogo, o la minaccia, tocca chi smuove lo stagno. Lo spavento nell’ombra attende chi prova a cambiare, o soltanto sembra mutamento perché da noi una buona apparenza ha più sostanza di una parca realtà.

Il ragionamento è rischioso, da perderci la faccia, l’ho fatto qualche anno fa e ci ho preso; allora era la stagione delle bombe, con obiettivo centrale Reggio, oggi il campo si allarga, il gioco più duro è nella Locride, ma le pallonate arrivano un po’ ovunque. Allora il titolo era “Calabria, nulla è come sembra”, partiva da una massima aspromontana -per trovare il colpevole di un fatto bisogna guardare sempre a chi il fatto giova e alle vere vittime, senza farsi ingannare dalla cortina fumogena che mistifica l’obiettivo reale.

Siamo di nuovo là, anzi, continuiamo a essere sempre là, con i colpi di sterzo che guidano l’auto ancora nella medesima direzione, quella che porta al pantano. Il nostro quotidiano dev’essere perennemente infognato in emergenze contingenti che chiudano lo spazio ai ragionamenti, alle aperture. Dobbiamo restare immersi nel brodo dualistico del bene e del male, dello scontro, del muro alto e del muscolo teso. Il magistrato, il politico, l’amministratore… sono solo vittime apparenti; la vittima vera, come al solito, è la Calabria, condannata a rimettere la mano nella sabbia mobile mollando la corda che di volta in volta potrebbe tirarla fuori. Responsabile apparente è la ‘ndrangheta, che pur avendo acceso roghi, e fatto minacce, non è l’artefice ma, come sempre, solo lo strumento dell’inganno; e nemmeno tutta la ‘ndrangheta, ma solo quella parte della “mamma” che è il cavallo di un Ulisse che abita lontano da Africo, Platì o San Luca.

Il colpevole vero è il Gattopardo, che non è un animale sconosciuto, disceso dalle selve dell’Aspromonte. Sono i volti, molto noti ai calabresi, di quelli che stanno da sempre nel potere; i soliti cognomi, le medesime dinastie. Quelli per i quali chi rappresenta il cambiamento, anche se a volte ne ha solo l’apparenza, costituisce l’obiettivo ideale per essere utilizzato contro il cambiamento stesso. Questa è la trappola a cui bisogna sfuggire, con un no che per primi le vittime debbono gridare - no allo scontro, al muro alto, al muscolo teso. No alla divisione manichea fra bene e male.