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L’ANALISI. Perché l’attacco a Bentivoglio parla a tutta la città

L’ANALISI. Perché l’attacco a Bentivoglio parla a tutta la città

  incendio-bentivoglio    di MASSIMO ACQUARO

- Nel giorno in cui rotola nella polvere un altro pezzo dell’Antimafia calabrese per merito della coraggiosa inchiesta della coraggiosa Alessia Candito, la ndrangheta ha colpito duramente uno dei pochi esempi credibili di ribellione all’omertà. L’incendio del magazzino di Tiberio Bentivoglio arriva al momento "giusto" per ridare fiato ai clan. È inevitabile. La battaglia ai boss per essere vincente pretende credibilità, esige   la percezione che chi sta dalla parte dello Stato non abbia interessi personali (di immagine o di carriera) da perseguire. E, soprattutto, esige che la società civile non resti impigliata in fondi pubblici, convegni, pubblicazioni o dibattiti dal vago sapore celebrativo o autocelebrativo.

Dopo qualche anno e qualche scandalo si deve tentare un primo, sommario bilancio.

PRIMO. Molte persone, in assoluta buona fede, si sono convinte o sono state indotte a pensare di giocare un ruolo vero nella lotta alla ndrangheta. A conti fatti i risultati sono assolutamente deludenti. A dirlo sono innanzitutto gli inquirenti che ormai, un giorno sì e l’altro pure, lamentano la mancanza di collaborazione da parte dei cittadini. Se il movimento antimafia doveva essere il lievito laico della società calabrese la missione sembra fallita e per lungo tempo si sentiranno le conseguenze di quello che è successo. Il misto di sdegno e di scetticismo con cui si seguono i riti di una certa antimafia rende evidente che si potrà pure proseguire su quella strada, ma l’obiettivo strategico è quasi irraggiungibile

SECONDO. Sarebbe sciocco non portare sul banco dei responsabili alcuni potentati politici (e non solo) della città che hanno immaginato di poter trarre profitto da una certa antimafia “da bere”. Sia chiaro alcuni hanno lucidamente coltivato il disegno di un ammiccamento alle toghe immaginando di ammansirle e renderle amiche. Altri hanno semplicemente soddisfatto una domanda di antimafia che proveniva prepotentemente da alcuni settori dello Stato e del giornalismo calabrese (non si arrabbi caro Direttore) alla ricerca di una posizione di visibilità professionale altrimenti irraggiungibile. Qui il denaro pubblico è scorso a fiumi e la politica ha finanziato il circo con la stessa spensierata cupidigia clientelare con cui incentiva la saga del peperoncino o delle melanzane.

TERZO. A fronte di questo fallimento le cosche hanno tratto un sospiro di sollievo. E sembrano avere una strategia insidiosa. Se la società civile malgrado marce, convegni, cerimonie, dibattiti e libri non si è mossa di un millimetro; se l’epopea di una certa antimafia è agli sgoccioli, è arrivato il momento di raddrizzare il giunco dopo la piena. A farne le spese, ovviamente, non saranno i protagonisti di una stagione finita, ma la società reggina nel suo complesso. Quella più mite, più debole, quella meno vicina ai palazzi del potere ed alle sue prebende (il tribunale è il primo erogatore di incarichi professionali della provincia anche grazie alla lotta ai patrimoni dei boss), quella più sofferente e ingenua che aveva forse sperato nella svolta e nel cambiamento e che oggi guarda agli scontrini dell’Antimafia forse con più sdegno di quanto ne riserva alla Rimborsopoli del Consiglio regionale.

Loro stanno in mezzo ad uno scontro in cui lo cosche, per la prima volta dopo un paio di decenni, intravedono il fallimento di una strategia di contrasto inopinatamente incline alla dimensione mediatica che si è trasformata in propaganda e, quindi, troppe volte in sperpero.

Il sindaco Falcomatá ha indetto una marcia per reagire. Ha fatto bene e l’ha fatto tempestivamente, ma ora ci vogliono idee nuove e uomini e donne nuovi.