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BINDI: L’associazione mafiosa diventi reato contro lo Stato e la democrazia

BINDI: L’associazione mafiosa diventi reato contro lo Stato e la democrazia

 bindi  di SIMONA MUSCO

– «Si propone che il reato di associazione mafiosa diventi un reato contro lo Stato, contro la democrazia. Riteniamo che questa proposta debba essere degna di attenzione, di approfondimento e vi riconosciamo dalla prima lettura di questa relazione un immediato valore per rendere più consapevole tutti noi, tutti i cittadini, del pericolo che la mafia e le mafie rappresentano. Un vero e proprio attacco alla persona, allo Stato, alla democrazia. Non è solo un fenomeno corruttivo, l’obiettivo delle mafie è quello di esercitare un dominio, alternativo a quello delle istituzioni, alla nostra capacità di cittadini di esercitare il nostro diritto/dovere di essere parte di una comunità».

Rosy Bindi anticipa così l’intervento del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti, nel corso della presentazione della relazione annuale sulle attività della Dna oggi al Senato. Una precisazione che mira a cambiare il punto di vista sulla ‘ndrangheta e svegliare la coscienza collettiva, restituendo al fenomeno la giusta dimensione sociale. Una dimensione tratteggiata in una relazione che non aggiunge molte novità a quanto già noto sulla criminalità organizzata calabrese ma che conferma un dato: la sua espansione, sempre più inarrestabile, al nord. Sono «cellule fondamentali» quelle che gli ‘ndranghetisti hanno messo in piedi soprattutto in Lombardia ed Emilia Romagna, che ha subito un duro colpo alla propria immagine di regione-modello. Ma oltre a queste regioni, dove la presenza delle ‘ndrine nostrane si nutre di legami con la società civile, nascono in altre regioni – come Umbria e Marche – i primi “germogli” di ‘ndrangheta. Una presenza, quella al nord, ha spiegato Roberti, «sempre più massiccia e incisiva, sia quantitativamente che qualitativamente», praticamente in tutte le regioni del centro-nord.

La borghesia mafiosa - È la ‘ndrangheta che si nutre di rapporti con la società civile quella che fa più paura, quella più difficile da intaccare, perché corrode dall’interno il sistema – paese, “normalizzando” i fenomeni corruttivi. Come in Lombardia, dove gli ‘ndranghetisti – che tengono il ricorso alle armi come “riserva” in caso la corruzione non basti, spiega Roberti - «vi è la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni, cioè il cosiddetto capitale sociale della ‘ndrangheta, a entrare in rapporti di reciproca convenienza con l’organizzazione». Meno morti ammazzati per le strade e più mani in pasta, grazie a rapporti che si possono riassumere con l’inflazionata espressione “zona grigia”, una sorta di «amicizia strumentale – spiega ancora la relazione - caratterizzata da scambio di risorse tra “gli amici”, continuità nello scambio e dalla natura aperta di tale amicizia, nel senso che ciascuno di loro agisce come “ponte” per altri “amici”». Un problema che non risparmia nessuna categoria professionale – forze di polizia, magistrati, avvocati, medici eccetera - e che porta a parlare di “borghesia mafiosa”, ovvero quel canale di collegamento tra la società civile e la ‘ndrangheta.

L’espanzione all’estero – La ‘ndrangheta, d’altronde, non arresta la sua corsa nemmeno per un attimo. E non si lascia intimorire da confini, fisici o giudiziari. Così cresce e si sviluppa e supera in forza le altre mafie per la sua capacità di allargare il proprio perimetro, contrariamente a quella immagine che ancora oggi la vuole con coppola e lupara. Ma mentre la Calabria affonda nella propria arretratezza economica, la ‘ndrangheta si evolve e allunga i propri rami, frutto di radici ben salde in una terra fertile ma solo per pochi. Per la Dna si tratta di una «vera e propria colonizzazione di alcuni territori stranieri», grazie alla creazione di vere e proprie strutture estere, che replicano i modelli organizzativi delle locali calabresi. «Risulta certamente confermata la forte propensione della criminalità organizzata calabrese all’internazionalizzazione – si legge nel documento –, una dimensione che, evidentemente, reclama una forte consapevolezza nella direzione del rafforzamento della cooperazione internazionale, spesso troppo timida per fronteggiare un fenomeno di espansione incontrollabile. Peraltro, e questo rappresenta certamente un tratto peculiare della ‘ndrangheta, la propensione internazionale di questa forma di criminalità non appare limitata alla sua capacità di cogliere le opportunità dei mercati stranieri, leciti, in chiave di riciclaggio, e illeciti, nel settore del traffico di stupefacenti».

Gli affari con la droga - L’altro polo di interesse sul quale si è concentrata l’attenzione della relazione è il fenomeno della droga. «La droga – ha spiegato la Bindi - resta la fonte principale di approvvigionamento di risorse da parte delle mafie ma è di una tale entità da essere in grado di condizionare tutta l’economia legale del mondo. E se siamo bravi a sequestrare la droga non siamo altrettanto bravi ad intercettare i fiumi di denaro che da quelle droghe entrano nella vita del nostro paese e di tutto il mondo. La lotta alle mafie e al terrorismo è un problema mondiale. E la ‘ndrangheta in modo particolare ne è la prova più grande. Ha quasi il monopolio del mercato della droga perché è la mafia più internazionalizzata di tutte». Le indagini messe a segno dalle Dda calabresi hanno confermato il ruolo centrale della ‘ndrangheta nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti, grazie al rapporto privilegiato con le organizzazioni criminali del Sud America, per le quali le cosche calabresi rappresentano una garanzia di disponibilità economica e l’ingresso sicuro in Europa di ingenti carichi di stupedacente, che viene poi smerciato sul territorio dalla manovalanza ‘ndranghetista. «Per avere cocaina, le altre organizzazioni criminali italiane (e non solo) si rivolgono alla ‘ndrangheta – continua la relazione -, che, quindi, ha assunto il ruolo di grande fornitore, sia a livello italiano che europeo, di tale prodotto». In questo campo, «ruolo centrale continua ad essere svolto dallo scalo portuale di Gioia Tauro».

La carenza di magistrati - Per risolvere il problema, dunque, serve un incremento delle forze in campo. Ma non tanto delle forze di polizia, quanto, soprattutto, della magistratura e, spiega il presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, in particolar modo in Calabria, dove le Dda soffrono dell’assenza di uomini. «C’è un problema grave di organici di forze dell'ordine e magistrati impegnati nelle procure più esposte contro la criminalità, soprattutto nelle procure calabresi, Catanzaro e Reggio Calabria in testa: quegli organici andrebbero riempiti e incrementati», ha affermato. Da qui l’appello al governo e al Csm affinché si superino le carenze d’organico, «cito per tutte la Calabria ma non solo la Calabria – ha aggiunto -, perché un lavoro così importante merita di avere le forze necessarie ad una sfida così terribile. Il confine sempre più labile tra economia legale e illegale richiede un rafforzamento dell'ordinamento e degli strumenti di contrasto». Alla Bindi ha fatto eco Roberti: «andrebbe incrementato il numero delle forze di polizia e dei magistrati. Vanno coperti gli organici».