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L’ANALISI. Mafia, droga, politica: la relazione Dna sulla criminalità in Italia

L’ANALISI. Mafia, droga, politica: la relazione Dna sulla criminalità in Italia

dna 2015   di ISAIA SALES* -

Cosa viene fuori dalla relazione della direzione nazionale antimafia (Dna) presentata a Roma dal procuratore nazionale Franco Roberti e da Rosy Bindi? Essenzialmente tre cose.

La prima. Il radicamento nel Centro-Nord delle mafie segue essenzialmente la via delle relazioni economiche. Molte imprese legali si avvalgono dei servizi delle imprese mafiose sulla base di un semplice calcolo di convenienza: prestazioni e forniture ottenute a minori costi e finanziamenti attraverso l`ampia liquidità a disposizione dei clan. Siamo di fronte, cioè, ad una partecipazione piena dell`economia mafiosa all`economia di mercato della parte più ricca dell`Italia. Prima che per costrizione, le mafie si radicano per interessi. Il consenso lo ricevono dagli operatori di mercato non dal controllo del territorio, E così si spiega il minor ricorso alla violenza che accompagna questo ormai stabile presenza al Nord, che non è più un accidente, una cosa passeggera ma qualcosa di più intrecciato con alcuni settori dell`economia.

La seconda. È il controllo del traffico di droga a fornire alle mafie una forza economica che non hanno mai conosciuto in queste proporzioni in tutta la loro lunga storia. Tutte le stime effettuate annualmente dagli organismi preposti lo confermano è il commercio delle droghe il principale motore del crimine. Il giro di affari in Italia è calcolato attorno ai 35 miliardi di euro, nel mondo si arriva a ben 560 miliardi di euro.

Siamo di fronte a una vera e propria epidemia: 250 milioni di persone al mondo assumono droghe almeno una volta l’anno, 25milioni sono veri e propri tossicodipendenti. Almeno 200.000 persone ogni anno muoiono per conseguenze del consumo di droghe.

Con un mercato di queste proporzioni e con un giro d`affari di tali dimensioni (si pensi che in Italia l`intero settore manifatturiero vale 45 miliardi di euro, solo 10 miliardi in più di quello delle droghe) si comprende facilmente come ormai è il traffico di droghe e il suo controllo a determinare il peso globale della criminalità di tipo mafioso.

Questa ricchezza non è paragonabile né a quella acquisita con la produzione e il commercio dell`alcool durante il proibizionismo negli Usa tra gli anni venti e quaranta del Novecento, né dal contrabbando di sigarette, di armi, di rifiuti, di esseri umani, o di qualsiasi altro traffico illegale controllato dalla criminalità organizzata di tipo mafioso nel corso della storia. Il traffico di droga equivale al 14% del totale delle esportazioni agricole e supera ormai le esportazioni globali di minerali grezzi. A partire dal 2003 la quantità di droga venduta è stata superiore al totale delle esportazioni agricole dell`America Latina (75 miliardi di dollari) e del Medio Oriente (10 miliardi).

Infatti la droga è la principale attività agro-industriale al mondo, perché si tratta di un prodotto dell` agricoltura che viene trasformato con più procedimenti fino ad essere immesso sui mercati di tutto il mondo. Senza tali produzioni la bilancia dei pagamenti di alcune nazioni sarebbe in uno squilibrio impressionante. La droga rappresenta il 20% del Pii messicano. Nel 2009 l`esportazione delle cosiddette nuove droghe e della cocaina ha prodotto per il Messico più dell`export di petrolio. Mentre nel Settecento e nell`Ottocento erano le economie ricche che rifornivano di droga realtà più povere (l`Inghilterra verso la Cina), oggi avviene il contrario: sono Paesi arretrati che si mantengono sulla domanda di droga dei Paesi più sviluppati.

Mai la droga è stata così diffusa, mai i criminali così ricchi, mai l`economia e la finanza legali così intrecciate con il capitalismo criminale. La tolleranza zero verso le droghe ha fallito l`obiettivo. Di questo insuccesso se ne dovrebbe parlare senza ipocrisia e senza alcun tabù.

La terza considerazione. Nella relazione della Dia la corruzione assume il valore di aggravante del fenomeno mafioso, non una conseguenza ma addirittura una causa di esso. Si può condividere quest`analisi? Sicuramente sì, ed è una novità assoluta che viene introdotta nello studio dei fenomeni mafiosi. La corruzione e la mafia sono due cose distinte ma non diverse. Ci può essere corruzione senza mafia (e in molti Paesi, e in diversi momenti della storia italiana, ciò si è verificato) ma non ci sarà mai mafia senza corruzione. La corruzione è lo sgabello delle mafie. La concezione del mondo e della vita di alcuni politici coincide con quella dei mafiosi: potere è sottrarre beni ad altri e alla collettività, è stupido chiunque si lasci sfuggire un`occasione per migliorare la propria posizione solo perché teme di andare contro la legge e di nuocere al bene comune. L`astuzia viene esaltata specialmente quando si pone in contrasto con la legge e il bene pubblico, e quando non è sufficiente l`astuzia è la violenza a imporre la sopraffazione.

Se le mafie continuano a esistere, ad avere potere e ricchezza e ad allargare la loro sfera di influenza territoriale anche nel Centro-Nord, vuoi dire semplicemente che la politica clientelare e corrotta non è in grado di tutelarci da esse.

Ultima considerazione. Nella relazione si danno due diverse interpretazioni delle conseguenze derivanti dalla forte azione repressiva di questi ultimi anni sulle bande di camorra in Campania. Mentre nel Casertano i superstiti del clan dei Casalesi sembrano ispirarsi a una minore utilizzazione della violenza, ricorrendo agli omicidi solo in casi estremi, a Napoli città e nel suo hinterland la stessa repressione delle forze dell`ordine ha prodotto un esito contrario: il permanente ricorso agli omicidi come unica modalità di comporre i conflitti. Ciò dimostra il fatto che la camorra casalese e quella partenopea restano due mondi diversi nonostante la vicinanza geografica.

A Napoli impressiona il grandissimo numero di persone disposte a passare dalle attività illegali a quelle criminali. Non è stato sempre così. Ad esempio tra gli anni ‘50 e ’70 del Novecento, nel centro storico di Napoli potevi scegliere tra attività artigianali in nero e attività illegali in bianco (cioè fatte alla luce del sole). Ma tra lavorare i guanti e vendere sigarette di contrabbando la distanza del guadagno non superava la soglia della sopravvivenza e della dignità.

Oggi il mercato illegale-criminale ha quasi il monopolio in alcuni quartieri napoletani. Senza ampie opportunità legali non c`è partita nel cuore antico di Napoli. Un tempo non lontano anche il lavoro in nero era migliore di quello criminale. Oggi neanche più questo si può scegliere.

*Isaia Sales, già sottosegretario di Stato nei governi Prodi, è storico della criminalità organizzato ed autore di molti libri, soprattutto sulla camorra. Il suo ultimo volume: Storia dell’Italia mafiosa, Rubbettino, è da poche settimane in libreria. Questo articolo è già stato pubblicato sul Mattino di Napoli del 7 febbraio.