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L’ESPERTO. Via i figli dai boss? È un trauma. Né sappiamo se funzionerà

L’ESPERTO. Via i figli dai boss? È un trauma. Né sappiamo se funzionerà

strppt   di SIMONA MUSCO

- «Il magistrato e il legislatore, nell’adottare questo provvedimento, certamente mirano a salvare il minore dalla tentazione mafiosa. Però sulla sua buona riuscita non abbiamo certezze, né loro né noi».

Antonio Marziale, sociologo e presidente dell'Osservatorio sui diritti dei minori ha una sola certezza: lo Stato, prima di ogni cosa, deve debellare la ‘ndrangheta. È un pensiero semplice il suo, perché degli effetti di provvedimenti come quelli presi dal tribunale dei minori di Reggio Calabria – che ha deciso l’allontanamento di un minore da una famiglia di ‘ndrangheta e la decadenza della patria potestà – se ne potrà parlare solo a posteriori.

«Se il metodo funziona ce lo dirà il tempo», spiega Marizale. Che crede nel principio dell’allontanamento dei giovani da una cultura mafiosa ma sa che ci sono anche altri aspetti da valutare. «È un’azione che incide fortemente sull’emotività del soggetto – sottolinea -. Il trauma lo crea a prescindere, quindi non c’è dubbio che se da un lato evitiamo a questi bambini la possibilità di respirare l’ambiente cultural-mafioso di casa dall’altro li traumatizziamo».

Aggiustare qualcosa e guastarne un’altra, nella consapevolezza che qualcosa bisogna comunque farla? «Io faccio il sociologo e il sociologo si basa sul vissuto, su quello che è sperimentabile. Per principio – aggiunge - allontanarli da una cultura mafiosa va benissimo ma i danni che ne potrebbero conseguire non sono ancora valutabili. Un bambino piccolissimo strappato alla mamma subisce un trauma incredibile. Anche l’adolescente, che comunque ricorderà da dove viene e bisogna vedere quali effetti ciò produrrà sul suo stato d’animo. Potrebbe avere sete di rivalsa. Più che di strappare i figli alla mafia, dunque, allo Stato dovremmo chiedere di sradicare la ‘ndrangheta dalla Calabria. Perché se questo metodo va bene allora andiamo avanti. Se non funzionerà, però, i danni sono inimmaginabili».

Basta pensare a quei bambini che vengono adottati e una volta adolescenti chiedono di poter conoscere i propri genitori naturali. Cosa chiederanno i bambini strappati alla ‘ndrangheta? E quando impatteranno col dolore del padre e della madre che si sono dovuti separare da loro, come reagiranno?

Domande alle quali, ancora, non si può dare risposta. Il rischio è alto, la questione troppo delicata. «Ma meglio tentare piuttosto che non fare niente - ammette Marziale -. Io credo che l’opinione pubblica debba necessariamente fidarsi dello Stato e se proprio bisogna schierarsi allora farlo dalla parte dello Stato, fermo restando che ho il dovere di pensare alle sorti del bambino». E allora c’è una priorità alla quale pensare: eliminare il male alla radice, senza pensare di guarire le metastasi eliminando una sola cellula malata.

«Lo Stato le armi ce le ha, numericamente non c’è paragone: le persone per bene sono di gran lunga superiori ai mafiosi. E allora cosa ci deve essere di mezzo? La volontà. Altrimenti si finisce solo per tappare i buchi». Perché bisogna valutare tutte le conseguenze, come anche la reazione della famiglia mafiosa, che perso un figlio potrebbe diventare ancora più violenta nei confronti dell’istituzione che gliel’ha strappato di mano. «Come sostiene il magistrato Nino Di Matteo – conclude Marziale -, lo Stato non può immaginare di delegare alla società civile la lotta alla mafia, deve essere lui stesso a sconfiggere la criminalità».