Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVENTO. Gita scolastica e discriminazione sociale

L’INTERVENTO. Gita scolastica e discriminazione sociale

 gite  

- Arriva la Primavera e giunge il tempo per una delle esperienze più belle che si possano fare in gioventù: la gita scolastica! I preparativi fervono, gli studenti si emozionano e contano i giorni, i docenti che li accompagneranno sono più indaffarati che mai, i genitori nascondono le consuete preoccupazioni, e alla fine si parte, con destinazioni svariate e mezzi diversi.

La varietà di “gite scolastiche” (il nome formale è “viaggio d’istruzione”) è alta. L’evento è un riflesso del mondo contemporaneo. Le scolaresche vanno ovunque ormai. Da Berlino a Parigi a Roma a Napoli. La gita dovrebbe essere culturale, formativa e motivo di aggregazione sociale, di coesione, di esperienza e di crescita. La Scuola dovrebbe fornire ai ragazzi gli “strumenti” per diventare gli uomini del domani. E, in fondo, lo fa, soprattutto in occasioni come questa. Educa alla discriminazione. Prepara all’oblio della voglia di sapere. Introduce alla sfrenata danza dell’effimero, e ai suoi effetti.

La Gita Scolastica contemporanea è, nella maggior parte dei casi, lo specchio di questa società sempre più smaccatamente classista, superficiale, egoista e ridanciana. Privata del suo contenuto pedagogico ed educativo sin dalla fase organizzativa, nella quale non viene tenuto in alcun conto l’aspetto realmente formativo che dovrebbe avere. Somiglia ad uno di quei tour organizzati da agenzie da rivista patinata. Fa il paio con i fasti degli orrori televisivi e di quel mondo solo apparentemente reale che propongono come soluzione all’infelicità. Crociere, ridenti località turistiche per discotecari d’assalto, o al limite- come reazione – luoghi che interessano a qualche insegnante bigotto o a qualche preside risorgimentale.

Da Montecarlo ad Ibiza, da Rimini a Pietralcina, da Benevento a Gardland, dalla Germania in autobus alla Liguria in nave, se proviamo a stilare un elenco delle “gite” sembra di leggere un elenco di viaggi di nozze di seconda classe. In alcuni casi il disgusto è insopportabile; in altri casi prevale la pena, sia per i ragazzi che per chi organizza. Tutto è sensato se inserito nell’ottica di questa sottospecie di liberismo estremo italianizzato. Ma è grottesco se si ripensa alle finalità nobili e intellettuali che una scuola pubblica autentica dovrebbe avere. Almeno in un paese civile e con vocazione alla democrazia.

Ma ciò che rende davvero intollerabile il fenomeno è la sua esosità. Il prezzo da pagare in termini di soldoni sonanti. Le centinaia di euro sottratte dai bilanci delle famiglie italiane, in crisi da anni. La vera rapina legalizzata ed approvata dai saggi supremi della società. È difficile per un genitore dire di no allo sguardo teneramente supplicante del figlio. Se non ci sono i soldi, uno se li presta. La mortificazione è doppia, tripla. Si fanno i salti mortali. Tuo figlio non deve mai soffrire la vergogna della povertà, non deve essere guardato con quell’aria di compatimento dagli inesorabili compagni adolescenti. Si fanno salti mortali per mandare il figlio con gli altri.

Ma con tutto ciò oggi è ormai quasi fissa l’assenza di un buon 30 per cento degli studenti alle gite scolastiche. Se hai i soldi vieni, altrimenti affari tuoi, recita il bando tra le righe. Alla faccia della scuola pubblica. Alla faccia delle possibilità uguali per tutti. Alla faccia della Costituzione tanto celebrata da intellettuali tanto ipocriti quanto totalmente assenti dalla realtà.

La scuola dovrebbe avere come primo dovere il garantire la partecipazione a tutti. A costo di rendere l’esperienza singola giornata di escursione fuori porta. Nessun ragazzo dovrebbe restare tagliato fuori. Si dovrebbe organizzare costruendo sulle possibilità del meno ricco. O, al limite, partecipare alla spesa di chi non può permetterselo. La gita dovrebbe essere l’esempio autentico della volontà di ridurre le distanze. E di garantire le possibilità. Ma la scuola, persino quella pubblica, è risaputo, deve fare attenzione più ai bilanci che al proprio compito naturale. La scuola è in fondo solo un’azienda. Aristotele o Philippe Patek, Manzoni o la Apple, Melville o la BMW Cabrio, tutto è uguale. Riga delle entrate, riga delle uscite. Bilancio finale. Tutto il resto è noia. Non c’è altro che vale.

Eppure c’era una “poesiola” che recitava “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana …” Una poesiola, buona ormai solo per gli show televisivi e per riempire di effetti speciali i discorsi dei demagoghi.

Eppure la Democrazia risiede in questo, (l’articolo 3 della Costituzione, il più importante ed il meno rispettato) e non solo sulla possibilità di esercitare un voto. Il voto sarà sempre espressione di una cultura e di una esperienza, oltre che di una esigenza.

Da quelli rimasti fuori, dai ragazzi che non partono con compagni per motivi economici, da situazioni come queste, non ne può scaturire che rabbia. Protesta. Malessere esistenziale. Rifiuto delle regole.

Ed a ragione. La democrazia è sempre più un lusso, sempre più difficile da mantenere. Si sta trasformando in una oligarchia allargata. Da una lato chi può. Dall’altro gli altri. Il mondo è così. A partire dalla scuola. Pubblica, tra l’altro.

E adesso tutti in gita a Formentera, al museo delle scarpe da discoteca. Ci sarà da imparare. Tanto.