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Irto e Falcomatà, missione disperata: chiude la Procura antimafia di Reggio?

Irto e Falcomatà, missione disperata: chiude la Procura antimafia di Reggio?

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– Il Presidente del Consiglio regionale Nicola Irto e il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatá sono stati ricevuti al Ministero della giustizia. Scopo della visita, secondo il comunicato ufficiale, difendere la Corte d’appello di Reggio Calabria dalla sforbiciata di sedi giudiziarie che il Ministero sta preparando. In realtà dietro la prosa asettica del comunicato pare si nasconda un obiettivo molto più corposo: salvare dalla chiusura la Direzione Distrettuale Antimafia (Dda).

Reggio per dimensioni, per flussi di lavoro e per numero dei magistrati addetti (almeno sulla carta), sarebbe destinata a perdere la Corte d’appello. Troppo piccolo il territorio, troppo basso il numero dei processi civili e penali rispetto alle medie nazionali. Tre tribunali (Reggio, Locri e Palmi) per 600.000 abitanti sono troppi secondo le fredde statistiche ministeriali e, quindi, si profila l’accorpamento con Catanzaro. Naturalmente lo stesso destino toccherebbe ad altri sedi in Italia. Il problema è delicato perché è difficile fissare dei criteri e poi dire che a Reggio si applicherà una regola diversa.

C’è però nel taglio una conseguenza su cui nessuno ha fin qui richiamato esplicitamente l’attenzione: se viene cancellata la Corte d’Appello in automatico viene cancellata anche la Direzione Distrettuale Antimafia. A Reggio, considerata la Capitale mondiale della ‘ndrangheta non vi sarebbero più indagini e processi per mafia. La Dda è, appunto, una struttura Distrettale, cioè fa parte del Distretto di una Corte d’Appello: è per questo che non c’è a Cosenza dove non c’è la Corte d’Appello e c’è a Reggio dove la Corte d’Appello c’è.

Irto e Falcomatá si sono mossi, e hanno fatto decisamente bene, appena hanno fiutato l’aria che tira e appena saputo che il progetto è in fase avanzata ed è il tempo delle decisioni.

La ndrangheta, questa volta, dovrebbe salvare magistrati ed avvocati, tutti preoccupati per il taglio che si profila, le proprie carriere, i propri volumi d’affari. Se la Corte scompare migliaia di processi e dozzine di magistrati saranno dirottati a Catanzaro. Una iattura e un danno per la città che era riuscita con il Decreto Reggio nel 1989 ad ottenere la sede d’Appello ed a tagliare un antico cordone ombelicale con Catanzaro.

L’emergenza antimafia della provincia di Reggio potrebbe giustificare una deroga. Ma non sarà una passeggiata. Potrebbe saltare tutto ed altri sedi potrebbero protestare per il trattamento di favore verso la Città (Metropolitana) di Reggio.

E qui però le cose si complicano. Il trasferimento imminente del procuratore Gratteri a Catanzaro ed i suoi consolidati rapporti con il Ministero della giustizia (ove ha presieduto una prestigiosa commissione per la riforma delle leggi antimafia) potrebbe giocare un ruolo decisivo.

Nella cittadella giudiziaria c’è preoccupazione per il cambio di sede del dottor Gratteri che ha rappresentato in questi ultimi anni il punto di riferimento nazionale ed internazionale per il contrasto alla ndrangheta. Uomini e strutture, saltando la Corte d’Appello, verrebbero inevitabilmente spostati da Reggio a Catanzaro e Gratteri giocherebbe il proprio grande prestigio (ha mancato per uno sgambetto il posto di ministro) per dare da Catanzaro risposte efficaci e strategie vincenti contro tutta la ‘ndrangheta. Reggio rischia il “cono d’ombra” che ha così tanto dannato alcune toghe reggine negli anni passati. De Raho resterebbe procuratore senza però potersi occupare di processi di mafia come già accadde venti anni fa ai procuratori di Palmi e Locri, Cordova e Lombardo, punte di diamante contro l’industria dei sequestri di persona e la ‘drangheta potente della Piana di Gioia Tauro.

Si racconta che il procuratore Gratteri sia già stato costretto ad approntare una risposta tecnica e una strategia allo scenario che si aprirebbe con la soppressione della Procura antimafia a Reggio. Del resto, sarebbe problematico e quasi impossibile sostenere che dopo aver con vigore affermato per anni il carattere unitario dell’organizzazione con un unico vertice e capo dei capi (e dopo avere strappato il riconoscimento giuridico formale) negare che serve un’unica strategia, un unico centro direzionale ed un unico procuratore per combatterla. E si potrebbe anche calare l’asso di briscola: non era questo in fin dei conti la filosofia di Giovanni Falcone per sconfiggere le mafie quando ideò una Superprocura che la ribellione dei magistrati riuscì a bloccare?