«Né più né meno che schiavi, carne da macello». Il comandante provinciale dei carabinieri di Cosenza, Fabio Ottaviani, descrive così i migranti sfruttati dalle aziende agricole della Sila cosentina. Erano ospiti dei Cas del posto, ai quali lo Stato eroga 35 euro al giorno a persona per prendersi cura di gente in fuga da guerra e carestia. Ma di cure e di solidarietà, lì, non c'era traccia. È stata la denuncia di un migrante, seguito a ruota dalle altre vittime, a far partire l'operazione "Accoglienza", messa a segno dai carabinieri di Cosenza, la prima in Italia sulla scia della nuova legge contro lo sfruttamento del lavoro nero. «Le vittime sono persone deboli - ha spiegato il procuratore capo Mario Spagnuolo - che hanno una dipendenza psicologica nei confronti dei loro sfruttatori. Sono incapaci di dire di no. È stata messa sotto i piedi la dignità delle persone, l'uguaglianza e il principio di solidarietà».A raccontare il metodo un migrante che aveva osato chiedere di più ed è stato intimidito dai suoi datori di lavoro. Persone che costringevano i migranti a lavorare nei campi di patate, di ciliegie e a guardare gli animali per un euro e 80 l'ora, 11 ore al giorno, sette giorni su sette.
«I centri d'accoglienza - ha spiegato l'aggiunta Marisa Manzini - diventano in alcuni casi fonte di agenzia di caporalato». Quattordici le persone coinvolte, due finite in carcere, quattro ai domiciliari e otto con obbligo di dimora, e diversi i centri coinvolti. I gestori intascavano da un lato le somme erogate dallo Stato per l'accoglienza e dall'altro "cedevano" i migranti alle aziende agricole, dove poi venivano sfruttati.«Mi hanno colpito molto alcune intercettazioni - ha spiegato il sostituto Giuseppe Cava, titolare delle indagini - dalle quali emerge quella che è quasi una tratta degli schiavi, selezionati come al mercato con differenze tra gli uomini più validi e che danno meno problemi». Dalle indagini è emerso come spesso le aziende agricole non percepissero l'illegalità: «il lavoro nero e il nero vengono associati - ha spiegato Ottaviani - come se fosse normale. È un problema culturale devastante». Solo uno dei membri delle cooperative che gestivano i Cas si è ribellato, rendendo dichiarazioni alla Procura. Gli altri, invece, hanno continuato a sfruttare. «Non abbiamo prove di passaggi di denaro tra Cas e aziende agricole - ha aggiunto la Manzini - ma non li escludiamo. Di sicuro i Cas inviavano personale a chi ne faceva richiesta».
Le persone coinvolte - In carcere sono finiti Vittorio Francesco Imbrogno, di Spezzano della Sila, dipendente di una società agricola, e Corrado Scarcelli, di Spezzano Piccolo, responsabile del Cas "Santa Lucia" di Spezzano Piccolo.
Domiciliari, invece, per Giorgio Luciano Morrone, Luca Carducci, Fulvio Serra e Giampaolo Serra, mentre è stato disposto l'obbligo di dimora per Franco Provato, Gianluca Gencarelli, Renato, Giorgio e Giuseppe Gabriele, Vincenzo e Salvatore Perrone e Vincenzo Paese.
Le indagini - Il lavoro dei Carabinieri ha fatto venire alla luce, da un lato, lo sfruttamento dei migranti ospiti dei centri di accoglienza straordinaria e, dall'altro, la manipolazione dei dati attestanti il numero dei migranti ospitati nei centri, per ottenere rimborsi più corposi da parte della Prefettura. A far partire tutto la denuncia fatta il 30 settembre scorso da uno dei migranti ospiti a "Villa Letizia". Da lì intercettazioni, riprese e pedinamenti hanno prodotto una mole di materiale tale da certificare l'orrore consumato tra i campi silani.

«Luciano (Morrone, ndr) trattava male mediante minacce e percosse (tirando calci) chi tra i miei compagni magari si ferma un attimo per riposare, considerata la durezza del lavoro ed il lungo orario continuativo», raccontava una delle vittime agli inquirenti. I fuoristrada prelevavano gli immigrati alle 6 del mattino in piazza e li portavano sui campi. Lì rimanevano fino alla 17, undici ore piegati sotto al sole per portare a casa 15-20 euro. «Quando è arrivato il mio turno - racconta ancora una delle vittime - Vittorio mi ha dato dieci euro, ho chiesto spiegazioni ma lui mi ha prima dato uno schiaffo e poi mi ha spinto, dicendo che sono un vagabondo e di andare affanculo». Ma le vessazioni erano costanti anche durante il lavoro, con percosse e minacce. «Nessuno dei miei amici ha denunciato poiché tutti noi necessitiamo di guadagnare qualcosa», ha spiegato ancora il ragazzo, giunto in Italia su un barcone di fortuna.
«Quando sei là mi devi chiamare - dice Imbrogno, intercettato, a Gencarelli, che chiedeva manodopera - che te lo dico io chi ti devi prendere, perché altrimenti salgono in macchina e poi ti prendi persone che non valgono, ti dico io chi deve salire in macchina, poi vediamo se li faccio andare via io gli altri». Selezionati come al mercato, ceduti in base alla capacità di lavorare senza pretendere troppo o dare fastidio. Imbrogno, «in maniera quasi professionale», faceva da intermediatore, segnalando i migranti da sfruttare e quelli più validi da selezionare. «Eh sbrigati - dice poi Gencarelli a Imbrogno - e vieni pure tu che mi dici chi sono questi neri buoni... Ma un poco di femmine ci sono pure?».
È stato un ex dipendente del Santa Lucia a raccontare lo sfruttamento all'interno dei centri, «in maniera illegale, senza nessuna forma di garanzia e salvaguardia sulle loro persone». All'interno del centro «ricatti velati» agli operatori affinché gli stessi si dessero da fare a trovare impiego per i migranti. Per i quali l'unica entrata era proprio il lavoro nei campi: «il denaro ricevuto per la raccolta delle fragole - spiega una delle vittime - è il solo percepito in questi mesi». Pessime anche le loro condizioni di vita. «Dormivamo in una piccola casa all'interno della fattoria tutti insieme - racconta un giovane - Vi era un solo bagno e per quanto riguarda il cibo ci venivano portati degli alimenti da una persona che si chiama Giampaolo, poi provvedemmo a cucinarci da soli. Voglio aggiungere - dice poi - che Luciano non ci ha mai pagato e da quando siamo suoi ospiti non abbiamo ricevuto prodotti per l'igiene, le lenzuola non sono mai state cambiate».