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LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. San Jeiunio compatrono di Gerace, di Lina Furfaro

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. San Jeiunio compatrono di Gerace, di Lina Furfaro

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C’è un piccolo monastero in Calabria dove abita un’unica suora. Il corpo raccolto, le mani che si muovono leggere, il tono dolce e le parole precise, un’eccezionale luminosità nello sguardo, suor Mirella, già moglie, madre e nonna, un passato di docente alla Sorbona, un presente da eremita, si dedica alla lavorazione delle icone. Con i tanti che la vanno a trovare per un conforto o un confronto, fa rivivere la chiesetta di Monserrato, a Gerace. Il suo sogno è quello di «far germogliare un ramo nuovo dalla vecchia radice», recuperando quel rito greco in cui la parte ionica del reggino si è lungamente identificata, prima che il rito latino, a metà del Quattrocento, diventasse la sua unica tradizione religiosa. L’ho conosciuta qualche anno fa ed è al suo sorriso solare, quasi una manifestazione della vitalità della corrente spirituale greca che continua a contrassegnare la Calabria, che ho ripensato leggendo San Jeiunio compatrono di Gerace, un piccolo saggio di Lina Furfaro, recentemente pubblicato da Bibliotheka.

«La Calabria nel VI secolo d. C., a seguito della guerra greco-gotica, e ancora di più a seguito della riforma di Eraclio e di Leone III Isaurico, divenne una regione greca impregnandosi di usanze e cultura tanto da lasciare tracce tra il popolo e il suo ambiente geografico, ricchezze sotto forma di arte, costumi, religiosità. Giunse così in Calabria la tradizione del monachesimo greco che poi, intorno all’anno 1000, vide una grande diffusione: monaci giungevano dall’Oriente ma anche dalla Sicilia e altri nascevano in loco, rispondendo alla vocazione, ritirandosi in monasteri e spesso cercando eremi, vere e proprie grotte. Tra questi monaci viene annoverato San Jeiunio di Gerace»

Nato intorno al 950 da famiglia benestante, Giovanni Tripane entra nel monastero di San Filippo d’Argirò, a Gerace, dove «gran parte della giornata era dedicata alla trascrizione delle opere dei Padri della Chiesa, dei libri liturgici, della vita dei santi; altra parte del giorno era dedicata alla meditazione, alla preghiera (…), alla lettura, alla memorizzazione dei salmi.» Presto, però, per un’esigenza di radicale perfezione, si ritira in una grotta, da identificare, molto probabilmente, con una spelonca in contrada Ropolà; a nord di Gerace. Dedito alla preghiera e alla penitenza divenne noto con il soprannome di Jeiunio, ovvero “digiuno”

«Chi per qualche motivo si avvicinava alla caverna di pietra era restio a distoglierlo dal suo mondo interiore e lo osservava un attimo prima di chiamarlo, prima di entrare: genuflesso, avvolto nel suo logoro mantello, pareva il tutore del silenzio, un essere in estasi, più spirito che corpo, un tutt’uno col suo ambiente circostante.»

Come scrive Giacomo Maria Oliva nella prefazione «l’idea di scrivere su San Jeiunio è stata geniale e al tempo stesso doverosa. Geniale perché, a tutt’oggi, non esiste una pubblicazione che abbia affrontato la vita e le opere di questo santo, né era stata tentata una ricerca specifica. Doverosa perché, essendo San Jeiunio uno dei quattro protettori della città, con l’Immacolata, patrona principale, da molto tempo la sua memoria si era così affievolita che appena si conosceva il nome.»

Lina Furfaro, San Jeiunio compatrono di Gerace, Bibliotheka, euro 10

Lina Furfaro, San Jeiunio compatrono di Gerace, Bibliotheka, euro 10