LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. L’albero della fortuna, di Carmine Abate (Aboca)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. L’albero della fortuna, di Carmine Abate (Aboca)

abate

«Mi svegliò il coro furibondo degli uccelli. Avevo ancora sonno, ma non sbuffai contrariato come quando mia madre mi urlava di alzarmi perché dovevo andare a scuola. Sorrisi, invece ad un pensiero improvviso: sull’albero dietro casa erano maturati i primi bottafichi.» Siamo negli anni Sessanta, Carmine ha appena finito la scuola elementare e, dopo le vacanze, andrà alla media. La maestra gli ha spiegato che bottafichi è un termine dialettale, che la parola giusta, in italiano, è fioroni: «Fioroni? Ma vuoi metterli a confronto con bottafichi? Appena ne pronunci il nome, senti scoppiare l’estate.»

L’albero della fortuna di Carmine Abate è un breve romanzo (meglio: un racconto lungo), pubblicato da Aboca in una collana che raccoglie il mondo di alcuni scrittori (tra gli altri Paolo Cognetti, Luca Doninelli, Enrico Brizzi) a partire da un albero.

Carmine Abate – che già in altri testi aveva fatto riferimento al fico (in Tra i due mari, Giorgio vuole ricostruire il Fondaco dei fichi) – racconta dell’albero che «cresceva rigoglioso tra la siepe di sambuco di un orto e la stradina sterrata», piantato da non si sa chi, ma accudito da tutti. «Così era diventato il più bel fico dei dintorni, l’albero di tutti: del nostro vicinato e del paese intero di Spillace (…) il fico apriva come braccia generose i suoi rami carichi di frutti, donandoli a chiunque gli passasse davanti.»

Le alzate all’alba di Carminuccio per precedere le ghiandaie ghiotte di bottafichi, le scorribande con i compagni, con cui ha giurato un comparato per l’eternità, le partite al pallone, le uova rubate, le paste al forno con due file di polpettine della madre, le canzoni del padre mentre si fa la doccia: giorni incantati d’infanzia, venati dal timore che il padre riprenda la strada, già percorsa, dell’emigrazione o, peggio ancora, lasci la madre.

Il piccolo Carmine trova un amico nell’ultranovantenne nuni (zio) Argenti, tornato a Spillace dopo lunghi anni di emigrazione, un vecchio solitario e saggio, che racconta storie inattese e gli spiega che il fico – il cui frutto Eva ha mangiato nell’Eden, non la mela – è l’albero della fortuna: «I fichi sono nutrienti. È soprattutto grazie a loro se non sono morte di fame intere generazioni di faticatori. (…) Se tu ci credi fermamente che il fico è l’albero della fortuna, la fortuna ti assiste davvero. Ma non pensare che ti aiuta a vincere all’Enalotto o al Totocalcio. Ti aiuta a usare meglio la tua forza e la tua spertizza, se ne hai a sufficienza. Ti aiuta a fare progresso nella vita.»

Sono gli insegnamenti di nuni Argenti a dare a Carmine alcuni codici per affrontare le prime prove del passaggio all’età adulta. Ormai diventato grande e, come voleva il padre, molto «studiato», sebbene viva lontano dalla Calabria, ci torna ogni estate, con i figli e gli amici di un tempo. Ha costruito una casa circondata da molti fichi: i figli dell’albero della fortuna della sua infanzia, quelli nivurelli, che nuni Argenti aveva regalato a suo padre, un brogiotto bianco del Trentino. «Per fortuna gli alberi sono tanti, altrimenti resterei a bocca asciutta ogni mattina. E comunque, dopo i tentativi falliti dell’infanzia, ho escogitato un modo per fregare le ghiandaie», ma ancora viene svegliato all’alba dal «coro furibondo degli uccelli.»

Una storia che ha il sapore dell’autobiografia e il ritmo della favola, con una lingua, sapientemente innervata di dialetto, dalla forte impronta visiva. Intrisa di luce d’estate, di voci di uccelli, di cibi, come direbbe Abate “saporitosi”. Percorsa come da un senso di sotterranea vittoria: padre e figlio dagli occhi «così profondi che si mangiano il mondo» sono entrambi emigrati, e la Calabria dalla modernizzazione senza sviluppo si è spopolata, ma i gli alberi di fico non sono morti, anzi sono lì. Con i loro frutti. Amati dalle persone e dagli uccelli.

Carmine Abate L’albero della fortuna, Aboca, pp. 170, euro 14