CVIRUS. Quando, in Italia e nel mondo, ascolteremo i messaggi documentati della scienza?

CVIRUS. Quando, in Italia e nel mondo, ascolteremo i messaggi documentati della scienza?

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Nelle lunghe settimane dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di COVID 19 (la malattia determinata dal nuovo Coronavirus SARS COV 2), l’Italia, non diversamente dal resto del mondo, si è dovuta confrontare quotidianamente con la scienza e con i suoi rappresentanti, e tra questi epidemiologi, virologi, biologi molecolari, medici di varia specializzazione, esperti di modelli matematici predittivi. Un nutrito gruppo di specialisti in varie discipline scientifiche impegnato nell’assistenza ai pazienti e nell’affinamento delle conoscenze relative a una malattia di fatto sconosciuta appena qualche mese fa, e allo stesso tempo chiamato a fornire indicazioni sui comportamenti da adottare nella vita sociale. E le indicazioni del mondo scientifico hanno determinato le ben note misure di contenimento della diffusione virale, efficaci rispetto allo scopo e allo stesso tempo causa di rilevanti conseguenze sul piano sociale ed economico.

Eppure il rapporto dell’Italia e delle sue istituzioni con la scienza è stato spesso distratto e lontano dalla comprensione dell’importanza della ricerca scientifica e delle sue applicazioni. Nel 2012 un editoriale della rivista Nature prendeva spunto da tre sentenze delle corti di giustizia italiane, e tra queste la sentenza di condanna di sei scienziati accusati di avere fallito nel comunicare in modo appropriato i rischi del terremoto del 2009, per affermare che in Italia vi fosse la percezione che la scienza non contasse nulla. In tempi più recenti, il rapporto Anvur (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) del luglio 2018 segnalava una serie di dati in linea con l’idea di una inadeguata considerazione della scienza da parte delle classi dirigenti. In particolare la spesa annuale per studente nell’istruzione terziaria era pari a 0.96% contro una media OCSE di 1.55%, e ancora la quota del PIL dedicata alla ricerca scientifica era pari a 1.32% contro la media OCSE di 2.36% e la media dell’Unione Europea di 1.95%. Numeri questi ultimi lontani dall’obiettivo dell’Unione Europea per il 2020 di una spesa per ricerca scientifica pari al 3% del PIL, capace di generare milioni di posti di lavoro e un incremento dello stesso PIL dell’ordine di centinaia di miliardi di euro.

La vicenda corrente rappresenta pertanto un’ottima occasione per riconsiderare il ruolo della scienza nel nostro paese e costruire verso di essa un atteggiamento di interesse e di rispetto da parte dei suoi cittadini. Tommaso Piazza, cattedratico di Filosofia, nella sua introduzione all’edizione italiana di “Filosofia della Scienza” di James Ladyman, afferma che “sembra un dato indiscutibile che la scienza goda oggi di un rispetto intellettuale pienamente giustificato dai suoi lampanti e ormai quotidiani successi” e si chiede da cosa tale rispetto sia giustificato. Certamente dal metodo scientifico, basato su osservazioni, ipotesi, esperimenti che consentano di validare le ipotesi, acquisizione di dati che saranno oggetto di pubblicazione in modo che gli esperimenti stessi possano essere ripetuti in altri luoghi e da altri ricercatori. Quel metodo scientifico coerente con lo scopo che Karl Popper propone per la scienza, ovvero trovare spiegazioni soddisfacenti di tutto ciò che ci colpisce come bisognoso di spiegazione.

Quel metodo scientifico che nella sua essenza nega qualsiasi principio di autorità e dà alla scienza un’indiscutibile qualità, misurare l’incertezza, come ha scritto qualche mese fa Marco Cattaneo, in un editoriale pubblicato da “Le Scienze”, rivista da lui diretta.

Nei giorni scorsi è tornato in auge il “Manifesto per la rinascita di una Nazione” scritto da  Vannevar Bush nel 1945 e indirizzato al Presidente degli Stati Uniti. Bush parlava di sfida per il futuro, della necessità di puntare sulla scienza, definita leva per lo sviluppo economico, oltre che per la sicurezza sanitaria, e riteneva che la scienza dovesse essere portata al centro dell’attenzione. Un messaggio certamente valido nel contesto storico della fine della seconda guerra mondiale, ma tuttora attuale e che dovrebbe essere riletto oggi con attenzione dai nostri decisori politici.

Nel corso delle settimane è emerso in Italia un altro aspetto che non rende giustizia alla scienza e alla sua autorevolezza, la comunicazione eccessivamente frequente e disordinata di informazioni affidata a interviste, partecipazione a programmi televisivi i più disparati, tweet, post sui social. Qualche anno fa, all’epoca della polemica no vax, un noto scienziato affidò proprio ai social il messaggio equivoco che la scienza non è democratica. L’affermazione creò confusione e non rese per nulla onore all’oggettività dei dati scientifici, una volta che questi siano stati validati rigorosamente dal punto di vista metodologico.

Al contrario, in situazioni come quella che stiamo vivendo, la comunicazione di informazioni scientifiche dovrebbe essere autorevole, basata sui fatti, misurata, comprensibile e attuata attraverso mezzi affidabili. E ciò aumenterebbe la consapevolezza dei cittadini e la loro aderenza a misure di indubbio impatto sociale. E in definitiva potrebbe aiutare a valutare nella giusta misura e nel contesto appropriato le misure eccezionali dettate dall’enormità dei rischi per la salute causati dalla pandemia di SARS COV 2.

Da questo punto di vista la scienza, che ha bisogno della democrazia per potere agire in autonomia, sarebbe funzionale all’equilibrio stesso della democrazia. Appena qualche giorno fa The Lancet ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente, “Can a virus undermine human rights?” la cui conclusione è che le legislature nazionali dovrebbero adottare regole adeguate ad assicurare che la sorveglianza della salute e le politiche di controllo siano strettamente prescritte dalla legge e siano proporzionate alle necessità di sanità pubblica. Di nuovo emerge lo stretto legame tra politiche e salute, come segnalato anche da McKee e Stuckler, autori di un commento pubblicato da Nature Medicine, anch’esso qualche giorno fa. E tutto ciò rimanda alla scienza e al ruolo che inevitabilmente essa ha nel caratterizzare il mondo contemporaneo e nel guidare le scelte delle classi dirigenti. Soprattutto se pensiamo all’emergenza planetaria che viviamo già da molti anni e che diverrà ineludibile quando la pandemia si sarà esaurita, ovvero la crisi climatica. La scienza da tempo lancia allarmi ben documentati, quando decideremo in Italia e nel mondo che è tempo di ascoltarla?

*medico ospedaliero