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GRATTERI. Se si dice che la Calabria è tutta ‘drangheta si fa il gioco delle cosche

GRATTERI. Se si dice che la Calabria è tutta ‘drangheta si fa il gioco delle cosche

Oltre mille persone in Piazza San Rocco per ascoltare il magistrato della Dda intervistato da Paola Bottero. E sugli “inchini” ai boss un invito alla Chiesa: «Perché abolire le processioni quando basterebbe un albo dei portatori? Così la diamo vinta alla ’ndrangheta»

«La colpa è anche di noi magistrati. Molte volte, forse per fretta, ci facciamo usare dalla stampa nazionale. Dobbiamo stare attenti, è capitato anche a me: occorre dire le cose ma non pensare che tutta la Calabria è ’ndrangheta, altrimenti facciamo il loro gioco»: così Nicola Gratteri ha risposto alla domanda di Paola Bottero, giornalista e scrittrice, sul sensazionalismo di alcuni media che finisce per alimentare il pregiudizio sui calabresi. Erano oltre mille le persone presenti in Piazza San Rocco per ascoltare il magistrato antimafia ospite della prima di Scilla in passerella, l’evento organizzato dalla Filodrammatica Scillese con la direzione artistica di Ossi di Seppia e Sabbiarossa Edizioni.

«Se fossi nato in un’altra abitazione, avrei potuto essere benissimo un capomafia: l’educazione è fondamentale. Sono stato fortunato perché la mia famiglia era di persone umili ma oneste, dai grandi valori, che mi hanno insegnato ad essere me stesso e a ricordare le mie origini». È un Nicola Gratteri inedito, più volte interrotto dagli applausi della piazza strapiena, quello che si racconta a Paola Bottero: l’amore per la propria terra, la speranza, il senso di una «denuncia costruttiva». Perché «anche nei paesi a più alta densità mafiosa, la mafia resta minoranza. Ma organizzata e ordinata, mentre noi viaggiamo in ordine sparso». Da qui l’importanza di una «educazione alla cultura della cooperazione» perché «ci sono i margini per arginare il fenomeno mafioso. Ma occorre il coraggio e la volontà di cambiare le regole del gioco».

Le regole vanno cambiate prima di arrivare ai Tribunali e qui sta il senso della sua nomina a presidente della commissione voluta da Palazzo Chigi per elaborare una piattaforma di riforme della legislazione antimafia. «Occorre modificare la normativa parificando il 416 ter (voto di scambio) al 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso), aumentando le pene cosicché non diventi più conveniente delinquere». Allo stesso tempo è necessario «modificare il codice di procedura penale riguardo l’ordinario, trasformando i reati bagatellari in contravvenzioni, perché oggi il tribunale è un lavandino otturato, una strada piena di buche». Rispondendo alla domanda della Bottero sulla reale possibilità che la commissione non abbia ostacoli da parte del potere politico, Gratteri ha ricordato che «chiunque sia stato al potere, non ha mai voluto un sistema giudiziario efficiente, perché il manovratore non vuole essere controllato». Ma il magistrato si è anche detto sicuro di poter ottenere una maggioranza bipartisan sulle riforme che la commissione proporrà.

Gratteri non si è sottratto alla domanda su uno dei temi caldi: gli “inchini” ai boss. E non sono mancati i distinguo rispetto alle decisioni della Chiesa calabrese: «Perché abolire le processioni? Non basterebbe regolamentare i portatori? Il sacerdote si assuma la responsabilità di un albo di persone perbene che possano portare il santo e programmino il percorso con i relativi momenti di sosta. La diamo vinta alla mafia se non facciamo le processioni, che soprattutto nei decenni passati sono state gestite dalle famiglie mafiose del paese per esternare il proprio potere, con meccanismi che non c’entrano con il credo».

Gratteri, sollecitato dalle domande di Paola Bottero, ha ricordato quindi le fasi della sua mancata nomina a ministro della giustizia del Governo Renzi e ha ribadito di non essere interessato a correre per la carica di presidente della regione Calabria pur essendo stato interpellato «da destra, da centro e da sinistra».