L’INTERVENTO. Elezioni: Cari ragazzi la Calabria è perduta. Andatevene

L’INTERVENTO. Elezioni: Cari ragazzi la Calabria è perduta. Andatevene

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Il problema calabrese non è dinamico. Non è legato agli sviluppi e alle variazioni politiche, anche se la politica incide eccome. Non è legato neanche al tempo, ai progressi, ai regressi, alle mutazioni sociali, alle trasformazioni tecnologiche epocali, alla miopia intellettuale e alla scelleratezza dell’abbandono perenne.

Il problema è statico. Di Struttura. Struttura economica, morale ed etica. Una base forte (e putrida) sulla quale si costruiscono le altezze del potere. Immutabile. Il ping-pong politico è un giochino che vale solo per chi ha interessi di comando e controllo. Rispetto ai problemi reali non ha alcun significato. Questo basterebbe a spiegare la malinconica disaffezione dei calabresi per la politica.

La struttura calabrese è di stampo antico e pre-borghese. Non è passata dall’illuminismo, dalla critica sociale, dal riformismo, dall’avanzamento dei diritti e dal controllo dei poteri. Il dato peggiore, dopo Fukuyama e la fine della Storia, è che qui la storia è ferma. Il capitalismo autentico non ha mai attecchito. Il libero mercato, lo sviluppo dell’individuo, la fluidità sociale, sono elementi sconosciuti. In Calabria non esiste, non è mai esistita, una borghesia autentica. Esistono piuttosto dei nobili mascherati, alleati di “Bravi” (ragazzi, come quelli di Scorsese), che non hanno alcun interesse a modificare lo status quo.

La situazione dei lavoratori dipendenti calabresi è la peggiore del mondo occidentale. Commercianti, professionisti, imprenditori, agitano il capitale come un randello. Come la minestra alternativa alla finestra. O così, o così. Nessun organismo di controllo può bastare a modificarne metodi e mezzi.

Durante le feste natalizie, mentre i pochi dotati di reddito certo impazzivano come al solito negli acquisti, migliaia di lavoratori calabresi donavano alla santa causa della nobiltà tempo, fatica e sangue. Per tredicesima, cento euro. Se hai lavorato male, ti abbasso lo stipendio. Se fai meno di dieci ore al giorno, ti abbasso lo stipendio. Mi firmi la busta paga regolare, ti faccio l’assegno, e poi mi torni i soldi in contanti. E non pensare che se ti licenzi ti dia la liquidazione. Fammi causa, ci vediamo tra dieci anni.

Non sono questioni marginali. Questa è la regola. Io padrone, voi servi. Le cosiddette classi alte non hanno nulla di illuminato. Neanche quei liberi professionisti che si vantano tanto della loro modernità. Neanche quegli imprenditori che sbandierano lotte per la legalità. Non parliamo poi di gran parte dei commercianti, che scaricano i soldi del pizzo permanente sottraendoli alle retribuzioni dei dipendenti. E se i dipendenti si ribellano, hanno anche a disposizione dei potenti mediatori che risolvono problemi.

Per non parlare poi di una larga fetta degli “intellettuali si fa per dire”, spesso lacchè e complici di questo sistema, che ingannano gli ingenui spendendo tempo e chiacchiere a giustificare lagnosi la mafiosità con scuse antropologiche, con distorte interpretazioni della storia piegata a loro piacimento, con un ribellismo inconcludente e manieristico.

La Calabria va davvero smontata come un Lego, è vero. Smontata e rimontata seguendo i principi delle società democratiche e civili. Fin quando non sarà così, per le nuove generazioni, per i ragazzi che sognano e progettano, per chi ha davvero voglia di vivere onestamente cercando un senso compiuto all’esistenza, la scelta è obbligata: andarsene.

Andate via, ragazzi, lasciateci marcire e crepare pazzi di rabbia, e forse, secondo il funesto principio dell’Helter Skelter, quando si toccherà il fondo rimbalzeremo.

Il peggiore inganno è offrire speranze senza alcun progetto. Quello che accade giornalmente in questa martoriata terra.