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CALABRIA. Sviluppo endogeno? Certo, ma con nuove logiche. MUSOLINO

CALABRIA. Sviluppo endogeno? Certo, ma con nuove logiche. MUSOLINO

 mnftt      di DARIO MUSOLINO* - Fanno bene Domenico Marino e Demetrio Naccari Carlizzi a puntare l’attenzione su sviluppo endogeno e settore manifatturiero, in quanto area del sistema produttivo regionale su cui agire strategicamente per riportare i livelli occupazionali in Calabria a livelli socialmente accettabili.  

Il messaggio dell’ultimo rapporto Svimez è drammatico. La desertificazione industriale e produttiva del Sud, sta provocando una desertificazione umana. Si migra a tassi sostenuti dal Sud, e si fanno sempre meno figli. Bisogna quindi ripartire dalla rivitalizzazione del tessuto produttivo, se non per rimettere in moto un circolo virtuoso, almeno per arrestarne uno pericolosamente vizioso. E in Calabria purtroppo queste dinamiche trovano chiara e inequivoca manifestazione, più di quanto si osserva in altre regioni meridionali.

L’attrattività per gli investimenti esteri per l’Italia è bassissima. E ancora più lo è quella delle regioni meridionali, e della Calabria, in particolare. I pochi investimenti esteri, sono generalmente investimenti brownfield, cioè tesi ad acquisire imprese e marchi esistenti (per esempio del Made in Italy, vedi i recenti casi di Loro Piana, Pernigotti, Bulgari, Brioni, Pomellato, ecc.). La Calabria è sostanzialmente sconosciuta agli investitori esteri (e poco frequentata anche dagli investitori nostrani...). E chi la conosce, la considera periferica e inaccessibile, e con un problema di contesto anomalo, la criminalità organizzata, particolarmente penalizzante. Né ha imprese, o marchi, di rilievo da vendere, come altre regioni.   

Gli investimenti pubblici languono, e l’industria di Stato è un concetto che è stato seppellito da parecchi anni in Italia, per quanto continui ad esistere, operare e finanche a ottenere risultati aziendali tutt’altro che negativi (vogliamo per esempio parlare di Finmeccanica, e dei più recenti risultati aziendali dell’area trasporti?). E per quanto a volte sembra riaffacciarsi, pur timidamente, l’idea di uno Stato che (ri)entra in settori strategici, pur se per emergenze occupazionali (vedi il caso delle acciaierie di Terni e delle proposte di nazionalizzazione …).

Per cui, per riportare in su la linea dello sviluppo e dell’occupazione nel breve e medio periodo, bisogna necessariamente passare dallo sviluppo endogeno, supportando la crescita delle imprese esistenti sul territorio, e favorendone la creazione di nuove. E però, bisognerà cercare di trovare nuovi approcci alle politiche per le imprese, rispetto a quelli spesso fallimentari del passato.

Significa per esempio ragionare sempre più in termini di filiera, restringendo l’attenzione e gli sforzi su quelle eccellenti, magari piccole ma con grande potenziale, vuoi per le grandi dinamiche del mercato globale, vuoi per le tanto esaltate vocazioni territoriali. Rafforzandole non solo nella loro capacità di proporsi sui mercati nazionali ed esteri (bene sostenere la partecipazione alle fiere, ma non basta …), ma anche nella loro struttura (reti, relazioni, …), nella loro capacità produttiva e tecnologica, e nelle loro imprese leader, servendosi di strumenti come il venture capital, come suggerisce Giannola. Si pensi per esempio alle varie filiere dell’agro-alimentare, vitivinicola, olivicolo-olearia, della lavorazione delle carni e dei prodotti ittici, della lavorazione della frutta e degli ortaggi, tutte con export in crescita significativa negli ultimi anni. O alla filiera dei trasporti e della logistica, per non limitarci al manifatturiero in senso stretto, ed alle straordinarie potenzialità del Porto di Gioia. O anche delle energie rinnovabili.

E, nell’idea di puntare sulle filiere, rafforzandole, nuovi approcci significa quindi fare politiche per togliere le imprese calabresi dall’isolamento. Una delle anomalie dell’industria calabrese rispetto al Centro-Nord e anche al rimanente sud , a differenza di tante altre regioni del nord, del Centro e del Sud, è stata infatti sempre quella di non avere distretti industriali, né di avere grandi imprese, che fungessero da motrici dello sviluppo locale. Per cui, le imprese hanno sempre sofferto di isolamento produttivo, oltre che essere isolate dai mercati più grandi, e ed essere isolate dal punto vista infrastrutturale. E anche istituzionale, se vogliamo, visto la distanza delle istituzioni da esse percepita e spesso denunciata. Ciò significa fare tutte quelle politiche industriali e di contesto che consentono di ridurre questo isolamento: mettere in rete le imprese, per restare appunto sul tema filiera (promuovendo per esempio una maggiore partecipazione ai contratti di rete delle imprese calabresi?), supportarle nella prospezione e nella penetrazione dei mercati, potenziare i servizi di trasporto intra-regionali, oltre a quelli inter-regionali.

Ma tutto ciò, va fatto con realismo. Il che equivale ad essere consapevoli che il settore industriale in Calabria è a un livello di sviluppo e occupazione talmente basso, che è difficile credere che, con tutto l’ottimismo del caso, possa andare oltre certe soglie di crescita. I dati Istat (banca dati ASIA), parlano di circa 20mila dipendenti nel manifatturiero in Calabria. Per cui, per esempio, pur auspicando che possano raddoppiare nell’arco di un quinquennio, si arriverebbe a 40mila, dato che certamente contribuirebbe a ridurre la disoccupazione, ma non a ridimensionarla drasticamente …. Ma già contare 20mila addetti in più nel manifatturiero tra 5 anni in Calabria, sarebbe un grandissimo risultato, segno di una svolta epocale per l’economia della regione.

*Ricercatore CERTeT-Bocconi