Direttore: Aldo Varano    

LA RIFLESSIONE. 2015, ma la Calabria può farcela. VARANO

LA RIFLESSIONE. 2015, ma la Calabria può farcela. VARANO

mediterraneo       di ALDO VARANO - UNO. Le donne e gli uomini che nel 2015 compiranno 70 anni sono la prima generazione di calabresi

che non ha dovuto combattere nella propria vita contro la fame, né ha dovuto fronteggiare la denutrizione. Mai gli esseri umani che hanno calpestato il territorio tra il Pollino e la terrazza dello Stretto avevano avuto tante calorie. Né tante merci e così diversificate. Né tanti medici, medicine, e presidi ospedalieri che gli allungassero la vita. I calabresi di prima potevano incontrarsi poco e con avarizia. Non ci si poteva muovere da un capo all’altro della Calabria. Impossibile, quindi, spezzare le gabbie meschine del proprio ristretto nucleo familiare e della ruga dei propri miserabili paesi. Acqua corrente e cessi in casa erano sconosciuti ai tuguri di “blista”, il miscuglio di pietre fango e paglia, dove si ammassavano a centinaia di migliaia sui monti per sfuggire all’elenco dei 15mila che ogni anno venivano ammazzati dalla malaria. E mai i calabresi avevamo fatto tanto e con tanta gioia all’amore assaporando le dolcezze del rispetto dei corpi del partner, accettandone pulsioni e ritmo con sempre minori inibizioni e condizionamenti.

Non parlo dei secoli antichi ma della vita di signore e signori che siederanno con voi a tavola a Capodanno paragonata alle vite dei loro padri e delle loro zie. Sono loro i primi ad essere balzati fuori diffusamente e per davvero dal subumano in cui i calabresi hanno vissuto, allora sì senza storia, per secoli.

DUE. Tra le tante Calabrie in idea che circolano (miscugli non innocenti di pregiudizio, ideologia e interessi inconfessabili) è particolarmente falsa e bugiarda la Calabria che s’immagina senza tempo, una inutilità tragicamente eterna piegata nell’impotenza di una storia che non c’è. Pochi territori, forse nessuno, in questi ultimi 70 anni, sono nell’Europa occidentale cambiati così radicalmente – anche antropologicamente - come la Calabria, i calabresi. Non è inutile ricordarlo in una fase in cui il cinismo dell’ideologia (e dei suoi sacerdoti) produce pigrizia intellettuale e pensieri corti e usa la memoria per dimenticare una verità innegabile: già altre volte abbiamo cambiato la nostra terra e le nostre vite. Quindi possiamo farlo ancora.

TRE. E’ vero, il 2014 chiude per la settima volta consecutiva un anno col segno meno del Pil calabrese. Perdiamo capacità di produrre ricchezza. I nostri fondamentali servizi, per esempio la sanità, sono dentro un processo di degrado che rimettere in discussione il nostro diritto alla salute. La Calabria, come inseguita da una maledizione antica, ritorna ad essere poco accessibile rispetto ai bisogni e alle possibilità, isolata dal resto del mondo, senza treni, aerei e un’infrastrutturazione adeguati al nostro presente storico. Lo spettro di una desertificazione demografica e industriale sta già mordendo. Perdiamo in quantità inaccettabile le migliori intelligenze giovani. Insomma, dopo la crescita dei decenni scorsi arretriamo in modo visibile. L’impressione è che la Calabria sia arrivata debole e infragilita all’appuntamento cruciale del nuovo millennio e non sappia quindi cogliere le opportunità che spingono al riequilibrio globale delle condizioni di vita nel mondo.

Ma è anche vero che Calabria è cambiata quando siamo diventati protagonisti della nostra storia. Non c’è stato regalato nulla. Mai. Tanto cammino in così poco tempo non sarebbe stato possibile senza protagonismo, sacrificio e dolore dei calabresi che, prima con la scelta drammatica dell’emigrazione (si legga la Signora di Ellis di Mimmo Gangemi) e poi, nel secondo Novecento, con l’assalto e la rottura del latifondo che legava in modo indissolubile la Calabria alla produzione continua dell’arretratezza e della miseria.

QUATTRO. E’ possibile oggi un altro rinascimento della Calabria? Solo dentro una strategia che, collegata al resto del Mezzogiorno, offra all’intero paese il Sud come straordinaria possibilità di rilancio. Hanno ragione (Oliverio ha fatto bene a sostenerlo a Napoli) quanti propongono questo progetto. Solo se il Sud riuscirà a creare ricchezza e verrà messo nelle condizioni di farlo. Il sistema portuale calabrese e Meridionale, se impiantato con convinzione sulla punta di diamante di Gioia Tauro può conquistare al Paese una decisiva funzione mediatrice in un pezzo di mondo, il Mediterraneo, attraversato da oltre un terzo di tutte le merci che si producono al mondo. Intanto, la messa in sicurezza dei territori del Sud, della Calabria ballerina, possono diventare operazione su cui impegnare e far crescere la tecnica, la scienza e l’economia di tutta Italia. E ancora a Sud è possibile il recupero di un patrimonio mondiale di storia e paesaggi che può essere messo a disposizione, oltre che di grandi flussi turistici, delle punte alte della cultura mondiale. Territorio, logistica, beni culturali.

Auguri e buon lavoro, Calabria.