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Mafia, diritto alla difesa e pregiudizio. Una polemica (non solo) con Nando Dalla Chiesa

Mafia, diritto alla difesa e pregiudizio. Una polemica (non solo) con Nando Dalla Chiesa
toga L’avvocato che ha difeso un imputato per mafia non può fare parte di un comitato regionale antimafia, secondo il professore Nando Dalla Chiesa è una questione di opportunità, ma poi aggiunge che vi è l’esigenza di tenere distinti lotta alla mafia e diritto di difesa. La vicenda è di questi giorni e riguarda la nomina della penalista Maria Teresa Zampogna a Milano nella commissione scientifica del comitato antimafia regionale. Seguendo questo ragionamento dovrebbe escludersi anche che gli avvocati penalisti possano ricoprire cariche pubbliche se hanno partecipato a processi per reati contro la Pubblica Amministrazione (corruzione, abuso d’ufficio, ecc.).

In effetti, una delle obiezioni rispetto alla nomina criticata parte proprio dal presupposto che l’avvocato che difende un imputato per reati sessuali non possa poi impegnarsi in comitati contro la violenza ai danni delle donne, e così via per altri reati, ciò proprio al fine di sostenere che alcuna eccezione sarebbe ammissibile in caso di difesa di mafiosi.

Il dibattito instauratosi è l’occasione per analizzare l’aspetto culturale allarmante che da questa vicenda emerge prepotente e che attanaglia la nostra società. Colpisce ma non stupisce che il professore Dalla Chiesa contrapponga il diritto di difesa alla lotta alla mafia. L’idea che ispira questa contrapposizione è lo stravolgimento della funzione del processo, inteso non più come sistema di regole finalizzato ad accertare un fatto di reato, ma come ciò che non è e non deve essere, ossia strumento di lotta al fenomeno mafioso, con la conseguenza aberrante che il diritto di difesa si trasforma da mezzo di tutela delle garanzie dell’accusato ad attività pro mafia.

È solo in quest’ottica deformata, ma purtroppo veicolata al popolo quotidianamente, che si giustifica il dualismo lotta alla mafia – diritto di difesa. Ciò involge anche l’immagine e il ruolo sociale dell’avvocato. Il difensore è stato nei secoli un argine a garanzia del cittadino, colui che usa le armi del diritto e della dialettica nel conflitto giudiziario che vede contrapposti lo Stato e il singolo accusato. Il ruolo e l’immagine del penalista nella società è il risultato dell’eterno conflitto tra concezioni opposte della giustizia e dello Stato: il singolo cittadino deve essere sacrificato nei suoi diritti per l’interesse collettivo (concezione autoritaria)? O, al contrario, l’interesse collettivo si realizza maggiormente se il singolo cittadino è tutelato ad ampio raggio rispetto alle accuse dello Stato (concezione liberale)?

Non vi è dubbio che in questo momento storico le libertà e le garanzie del cittadino sono recessive. Considerare il singolo individuo superfluo, fenomeno proprio dell’Olocausto, non fa più tanta paura come nell’immediato dopoguerra, un egoismo anche palese, e sbandierato con fierezza, prevale sulla idea altruistica che trova il suo fondamento nel senso di umanità. In sostanza, i principi portanti della nostra Costituzione trovano un paradossale ribaltamento nei valori diffusi a livello sociale. Di conseguenza, non deve meravigliare che il difensore, un tempo considerato come simbolo di una collettività che si riconosce nei principi democratici, oggi sia visto come persona che aderisce a valori sbagliati, tanto da finire per essere identificato con il delitto e con l’accusato.

Da questa impostazione trae origine la vicenda di Milano, che si sostanzia, al di là dei richiami al concetto ipocrita di opportunità, nell’idea che il penalista non merita di ricoprire incarichi di interesse collettivo. La medesima impostazione culturale è alla base dei casi di aggressione mediatica al giudice che, applicando il diritto, assolve l’imputato di gravi reati. L’assoluzione è vista come negazione della pretesa punitiva, quindi solo per questo nociva per l’interesse collettivo, e il giudice, che assolve adempiendo a un suo dovere, da figura simbolo della libertà, da garante della democrazia, si trasforma in nemico pubblico.

È alla diffusione sistemica di questa aberrante concezione del diritto che giornalmente si dà enfasi a livello sociale, è il tempo di prenderne coscienza e di verificare quali sono le cause di questo degrado, di analizzare il perché oggi prevalgono quei poteri che insensatamente vogliono un’avvocatura penalista debole e quali sono le colpe di noi avvocati.

È sicuramente necessaria la riforma che rafforzi la rilevanza costituzionale dell’avvocato propugnata dal Presidente del Cnf Mascherin, ma si è coscienti che l’eventuale riforma dovrà essere il punto di svolta, il grimaldello che segni l’inizio di una opera incessante di sensibilizzazione sociale finalizzata ad invertire il trend attuale, altrimenti si assisterà all’introduzione di un principio in Costituzione, ma alla negazione sistematica dello stesso nella quotidianità. È venuto il momento che non solo gli avvocati, ma gli intellettuali, i giornalisti illuminati, i professionisti, i cittadini che rifiutano concezioni e sistemi autoritari, i tanti magistrati silenziosi e anche per questo virtuosi, si ritrovino uniti in una opera comune di contrasto alla cultura dell’odio.

Non si tratta soltanto di battersi per impedire modifiche autoritarie del codice penale e del processo, già impresa non da poco, ma di aprire un dibattito pubblico sui messaggi illiberali, interessati, distorti che quotidianamente investono i cittadini tramite i mass-media e i social. È d’obbligo guardare al passato e alle sue aberrazioni per cercare di costruire un futuro che sia diverso dal presente. Un futuro nel quale, a differenza di oggi, la dignità e il ruolo sociale dell’avvocato penalistanon potranno essere lesi senza che immediatamente si percepisca in ciò una riduzione delle garanzie di ogni cittadino.

*avvocato penalista, componente Organismo Congressuale Forense