LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Stidduzzu 1908. Il figlio delle stelle di S. Carullo (Leonida ed))

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Stidduzzu 1908. Il figlio delle stelle di S. Carullo (Leonida ed))

stidduzzu

«In questa sera di chiaro crepuscolo attendo inquieto, penna in mano e calamaio, che le stelle mi indichino il cammino. (…) È intollerabile non riuscire a spiegarsi. E come posso liberare il mio segreto se è segreto perfino a me stesso? Il segreto che il mondo può salvare è un sussurro inaudito, una parola rotta, un sospiro che muore tra i denti.»

S... trova in un casolare sperduto e semidiroccato del suo paese, un mucchietto di lettere, intestate «Pellaro», datate tutte nell’autunno del 1908. Sono rivolte ad una «madre» morta – quindi, lettere non spedite, quasi un diario – e firmate «Sempre Vostro, Stidduzzu.» Ne è colpito in maniera assoluta e coinvolge il suo amico più caro, colui che in prima persona racconta la vicenda, in una ricerca, quasi una “caccia al tesoro” non priva di pericoli, della verità: «S. (…) appoggiò su una scrivania sghemba le lettere di Stidduzzu e mi spinse a leggerne qualche verso. E io lessi. Lessi e rilessi le parole più dolci mai udite, ma anche le più terribili. Lessi del “segreto che poteva salvare il mondo” (…) Lessi e rilessi e, mentre i miei occhi scorrevano sul rigo vedevo riemergere dalla polvere che ci aveva inghiottito le immagini della vecchia Pellaro: le sue strade, la sua gente, il mare cristallino. Sentivo la voce di Stidduzzu e i suoni della campagna, i grilli, il vento, talvolta il silenzio, quel silenzio che non esiste più.»

È il 2018 e comincia per i due tredicenni, alunni della scuola media “Don Bosco” (N.B.: quella reale è decisamente migliore di quella delineata nel libro), un’avventura che li porta a ricostruire l’identità del quasi coetaneo «’u ‘ncataturistiddi», orfano di padre e di madre, emarginato e «respinto dalla stessa matrice da cui era uscito, soverchiato dall’etichetta assurda della pazzia: “il pazzo… lo scemo del villaggio”», inascoltato profeta, che avrebbe potuto salvare la vita di molti, quando «u paisi si ndi iu all’ancallaria.» Scoprono, infatti, che cosa è successo quella notte apocalittica di fine dicembre 1908, quando terremoto e maremoto rasero al suolo Pellaro: «Dei 5000 abitanti che vivevano qui ne sono morti oltre 4000, trascinati dalla violenza del mare e rigettati poi lungo la spiaggia, dove dalla pietà dei superstiti furono alzati roghi, nei quali i cadaveri vennero gettati e bruciati. (…) Pellaro s’è inabissata, sprofondata sottoterra, sepolta da macerie e relitti: l’unico edificio rimasto in piedi è la chiesa della Madonnella, soltanto un po’ scalfita da una barca che ci è finita dentro.»

Un cammino di scoperta che porta S. ad una completa, e autodistruttiva, identificazione con Stilluzzu «due storie divise da un secolo, due strade che si incontrano, due fiumi che straripano» e il suo amico ad una repentina maturazione: da quasi bambino ad adulto.

Stidduzzu 1908. Il figlio delle stelle del reggino Simeone Carullo, edito da Leonida, è una storia di amicizia, un racconto di formazione, una vicenda dell’oggi con «sullo sfondo la Pellaro dei tempi andati, quando ancora aveva una sua identità culturale ed esisteva al netto dei palazzi, del catrame, del pattume malavitoso (e non) che ne infama il nome.»

Trama originale per un libro che, pur privilegiando i toni brumosi su quelli solari, parla di «indomita volontà di vita»: attraversato da un incombente senso di mistero, che lascia spazio al respiro ampio che passa in un secolo.

Sarebbe bello che, in un eventuale successivo volume, Simeone Carullo provasse a indagare su un mistero su cui Stidduzzu 1908. Il figlio delle stelle tace. Com’è che, a Pellaro, allora comune autonomo ma sempre estrema periferia calabra, in un’epoca in cui i bambini che andavano oltre la seconda elementare difficilmente superavano le dita di una mano, Stidduzzu scrivesse lettere pressoché foscoliane?

Simeone Carullo Stidduzzu 1908. Il figlio delle stelle, Leonida editore, pp.99, euro 13