LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Tumulti/Stragi contadine in Calabria (1906-1925), C. Cavaliere (Rubbettino)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Tumulti/Stragi contadine in Calabria (1906-1925), C. Cavaliere (Rubbettino)

ClaudioCavaliere

Mario La Cava – raccontando, con «una potenza di comunicazione e di svelamento che è rimasta immutata ed è tuttora feconda», come «non avevano fatto la guerra, per morire di fame una volta tornati a casa», – «ha impedito che accadesse quello che fa dire nelle ultime due righe del romanzo a Giuseppe Naim sopravvissuto all’eccidio. “Chi invece si sarebbe ricordato di lui e avrebbe rivissuto nel suo cuore l’episodio di Casignana?”». Ma è l’unica rivolta contadina calabrese del primo quarto di secolo del Novecento di cui si conservi memoria. Sulle tantissime altre è sceso un oblio pressoché assoluto.

Con Tumulti/ Stragi contadine in Calabria (1906-1925),edito da Rubettino, Claudio Cavaliere, sociologo, prova a «fare emergere quei fattori umani sempre così sottovalutati dai professionisti della materia: le umiliazioni, il disprezzo dei governanti, le violazioni della dignità, lo scontro tra un mondo che cerca disperatamente di uscire dalla paura e un altro che cerca di mantenerla, l’umanità che si nasconde dietro a fenomeni storici e sociali che siamo abituati a leggere attraverso credenze consolidate fatte di parole e teorie apparentemente indiscutibili ma spesso vuote, attraverso date e numeri. Nulla di nuovo, certo. In questo forse i romanzi di Saverio Strati sono quelli che più riescono a restituire quel mondo e quei fenomeni, ad avvicinare la storia con la S maiuscola attraverso le storie.»

Da Benestare, a Firmo, Sinopoli, Cassano, San Sosti, Sant’Agata d’Esaro, Mottafollone, San Donato di Ninea, Saracena, Lungro, Acquaformosa, Altomonte, Spezzano Albanese, Roggiano, Vallelonga, Olivadi, Plataci (dove sono nati e vissuti bisnonno e nonno paterni di Gramsci) Borgia, Cirò Marina, Crotone, S. Ilario, Ferruzzano, Bianco, Samo, Caraffa, Brancaleone, San Calogero, Casignana, Sant’Agata del Bianco, Gioiosa Jonica, Monasterace, Melicuccà, San Giovanni in Fiore, Pallagorio, San Nicola dell’Alto, Strongoli, Cerenzia, Savelli, Spezzano Sila, Verzino, Rocca Bernarda, Caccuri, Melissa, Scandale, Cariati, Firmo, San Lorenzo del Vallo, Malito, Amantea… L’elenco dei paesi che hanno vissuto occupazioni di terre, sommosse o rivolte contadine è lunghissimo e molto lungo è l’elenco dei morti, con una grande presenza di donne, talora incinte o con bambini piccoli in braccio.

«All’inizio del Novecento – scrive Cavaliere – una parte consistente del territorio calabrese ha per proprietari lo Stato, i Comuni e altri enti morali. Poi ci sono i ladri di terra, le persone più influenti, quasi sempre quelli che si trovano al potere, sindaci, consiglieri, assessori. (…) I pochi Comuni che tentano di tornare in possesso del demanio usurpato attraverso i conati devono fare i conti con l’assoluto potere dei regi commissari, della magistratura e con la discrezionalità prefettizia che difficilmente intaccano gli interessi di uomini politici, di capi di partito, di grandi elettori.» Di contro ai latifondisti, un mondo contadino poverissimo: «Per chi lavora la terra, gli usi civici sono ridotti o addirittura annullati dalle usurpazioni e per i contadini non restano che patti ancora di natura feudale. È la fame. I contadini non hanno terre da coltivare ma solo nel cosentino la terra abbandonata o semincolta è pari a un terzo dell’intera superficie agricola. Più o meno lo stesso nelle altre province. (…) Nel solo triennio 1904-1906 quasi novantamila persone muoiono per diarrea, enteriti, colera indigeno, bronchiti, polmoniti, broncopolmoniti, tubercolosi, malaria. In una parola, di miseria.» L’unico scampo è l’emigrazione: «Nei primi cinque anni del Novecento emigrano in duecentotrentamila, un sesto della popolazione, una processione da allora mai davvero interrotta.» O si cerca una risposta in rivolte scoppiate spesso di domenica, uscendo dalla messa, quando la gente «forse in testa ha ancora parole che richiamano la giustizia e forse le prendono sul serio dimenticando che non di giustizia terrena si tratta»: «Il miraggio è il pane. (…) Quando va bene, per i meno poveri, il pane è quello ricavato col miscitato, un miscuglio di segale, orzo e grano. Gli altri devono accontentarsi del miscuglio di lenticchie selvatiche o di castagne. Oggi questo è pane di lusso, di tendenza, alternativo, gourmet. Cinque euro al chilo, se va bene!»

L’Italia è unita da un cinquantennio, ma «siamo in pieno delirio positivista e nel 1910 i sociologi di scuola lombrosiana e i meridionalisti governativi insistono ancora sulla evidenza di due differenti tipi di italiani»: a Nord, quelli di serie A, “razza ariana chiara”, a Sud, quelli di serie B, di “razza ariana scura”. Ancora più in basso, i meridionali, se sono contadini: e, questo, non solo per la classe dirigente nazionale e locale di destra, ma anche per la sinistra socialista, che vede la possibilità di una “rivoluzione” solo negli operai: «Non fatevi ingannare dalla facile retorica su Melissa! – è l’avvertimento di Cavaliere – Ancora nel secondo dopoguerra anche dentro il Pci ci fu chi criticò e osteggiò aspramente una possibile “svolta contadinista” del partito.»

Perché riportare all’attenzione i nomi, i volti, i gesti di Anna Gallo, Filomena Marra, Armenia Dramisino, Rosa Bertucci, Maria De Caria, Barbara Veltri e di tantissime altre protagoniste/ vittime delle rivolte dimenticate? Non per recuperarne la memoria, ma per ricostruire la storia. Perché la memoria può essere selettiva e manipolatoria, ma fare storia significa fare i conti con l’insieme del proprio passato.

Claudio Cavaliere Tumulti/ Stragi contadine in Calabria (1906-1925), Rubbettino, pp. 138, euro 14