L’ANALISI. L’esperienza di Jole, un bilancio al di là della retorica

L’ANALISI. L’esperienza di Jole, un bilancio al di là della retorica

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Otto mesi sono veramente pochi per definire il percorso di un politico e di un amministratore. Ma possono essere tanti per cogliere l’umanità e le qualità anche di una persona pubblica. Jole Santelli ha lasciato la vita terrena in modo dolorosamente improvviso e, come suo costume, senza creare fastidi agli altri. Da donna forte e tenace. Nella sua casa, sola con il suo male e con il grande orgoglio, che le aveva consentito di combatterlo per anni e di sfidarlo a viso aperto, anche con il sorriso spavaldo, mettendo in gioco tutte le sue energie, il suo entusiasmo, il suo coraggio senza frontiere, la sua stessa vita esposta allo stress e al peso delle responsabilità pubbliche, in una regione che ha fame di lavoro, di speranze perdute, di dignità umiliata e di diritti troppo spesso negati o rubati dalla mala politica e dal malaffare.

Jole conosceva molto bene questa realtà, ma sperava di poterla cambiare, di poter realizzare una rivoluzione rosa, costruita con le belle maniere e il garbo delle signore della buona società cosentina, gli immancabili piccoli fiori profumati e i dolcini sul tavolo di lavoro, ma se necessario con la determinazione e l’autorevolezza dei grandi professionisti della politica e dei manager degli esclusivi salotti romani.

Forte di questi convincimenti aveva accettato il grande azzardo di essere la prima donna alla guida della più disastrata regione d’Europa, raccogliendo un largo consenso popolare, enfatizzato dalla inconsistenza dei suoi competitor e dalla irragionevolezza politica del PD, che ha praticamente rinunciato al confronto elettorale.

In questi mesi Santelli non ha rivoltato la Calabria come un calzino, come promettevano Callipo, Tanzi e compagnia brigando. Non avrebbe avuto neanche il tempo per farlo, ma soprattutto non è così che si aiuta la Calabria ad uscire dall’isolamento e abbracciare la strada dello sviluppo e del cambiamento. Ha però impresso uno stile nuovo di governo. Proprio nel senso che prima di lei i Governatori hanno gestito la Cittadella e prima ancora Palazzo Alemanni con esasperato senso del quotidiano, gusto discutibile nei modi, pressappochismo nelle scelte e nessuna concessione alle forme, anche quando diventano sostanza, pochissima cura dell’immagine, specie se veicolata all’esterno e oggetto della comunicazione istituzionale.

La Governatrice aveva assunto, tra gli impegni prioritari, quello di modificare la narrazione stereotipata della regione e ricreare l’immagine che viene percepita della Calabria. Era questo il senso della controversa chiamata di Gabriele Muccino per la realizzazione di un cortometraggio sulle bellezze identitarie della regione e di Giovanni Minoli per dare nuovo impulso alla Fondazione Film Commission Calabria, per troppi anni avviluppata in un groviglio di piccoli interessi provinciali.  Scelte, che accanto a quelle del Capo di Gabinetto, del Capo Dipartimento Tutela della Salute, del Responsabile dell’Avvocatura e del nuovo Ufficio Stampa hanno creato non poche perplessità in un ambito politico poco avvezzo a confrontarsi con realtà professionali esterne e che vive come una sorta di complesso atavico l’occupazione dei ruoli di comando da parte di soggetti forestieri.

Storicamente Prefetti, alti Gradi delle Forze dell’Ordine, Dirigenti del Fisco e dei Tributi hanno rappresentato il volto di uno Stato nemico e lontano e impositore di gabelle. Jole aveva un’altra idea della Calabria, meno provinciale, un pezzo di moderna società aperta al confronto col mondo esterno, con pari dignità, regione senza confini, anche se gelosa della sua identità, della sua storia, della sua diversità.

Lo straordinario coinvolgimento emotivo e il pianto corale che ha attraversato in modo assolutamente trasversale, da nord a sud e da destra a sinistra, tutto il paese, ai massimi livelli istituzionali e senza distinzione di ruoli e di appartenenze politiche, sta a dimostrare che il messaggio di una nuova Calabria e di un nuovo modo di fare politica stava passando, in modo cristallino e con un’empatia che in Italia si è registrata in pochi limitati precedenti. E tutto questo deve ormai fare parte di un patrimonio inestimabile per tutti i calabresi, che le forze politiche dovranno tenere in debito conto nei prossimi giorni quando, senza strumentali rinvii, si dovrà procedere a nuove elezioni.

Si dovrà ripartire dall’esperienza di Santelli, del suo essere donna, con grandi capacità di ascolto, ma anche notevole determinazione nelle scelte, con una visione oltre i limiti del particolare e del locale. Con un raffinato amore per il bello, ma con un profondo rispetto dei veri bisogni dei più deboli. Con il culto della giustizia giusta e della garanzia della tutela inviolabile dei diritti della persona umana, nella grande utopia della costruzione di una società, anche in Calabria, di liberi e uguali.

Ora la parola ritorna ai cittadini, mentre la politica deve dimostrare di essere coerente con le tante espressioni, promesse e impegni manifestati in queste drammatiche ore di cordoglio.
Non si può e non si deve tornare indietro rispetto all’esperienza fugace, ma indelebile della breve, ma intensa vita di Jole Santelli. Il suo sguardo profondo, il suo sorriso rassicurante sono lì ad indicarci un cammino di luce per un futuro diverso, che ha voluto affidarci, fino alla fine, anche nel titolo del film di Muccino, “Calabria, terra mia”.