L'ALFABETO delle MAFIE. Lettera S (come Sanità) e mafie

L'ALFABETO delle MAFIE. Lettera S (come Sanità) e mafie
La crisi della sanità pubblica in Italia si manifesta in tanti modi, dal sottofinanziamento della spesa alla quasi totale regionalizzazione e differenziazione della qualità delle prestazioni, dalla carenza di personale medico e  infermieristico al peso sempre più predominante della sanità privata. A questi fattori fondamentali vanno aggiunti altri che, con diverse modalità, ne rappresentano la crisi: il peso della corruzione (è il secondo settore in Italia per circolazione di tangenti dopo quello dei lavori pubblici), la sempre maggiore presenza di imprese mafiose nella gestione di numerosi servizi, il reinvestimento di capitali illegali nella gestione della sanità privata.

In verità, nella storia delle mafie il settore sanitario ha rivestito da sempre una certa importanza, con caratteristiche che sono cambiate nel corso del tempo. In Sicilia ci sono stati diversi capi mafia che esercitavano la professione medica, a partire da Michele Navarra, capo della mafia di Corleone prima di Luciano Liggio, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Alcuni medici, in legami stretti con mafiosi, approderanno in Parlamento nel secondo dopoguerra. Il caso più controverso fu quello di Calogero Volpe, il medico che fece iscrivere alla Dc i capimafia della provincia di Caltanissetta. Nella relazione di minoranza della prima Commissione parlamentare svolta da Pio La Torre nel 1976, Volpe venne definito “il cervello politico del sistema mafioso in provincia di Caltanissetta”. Altri medici passati alla storia come mafiosi sono stati Antonino Cinà, Gioacchino Pennino e Giuseppe Guttadauro quest’ultimo in stretti rapporti con Salvatore Cuffaro, ex presidente della regione Sicilia. Fu Cuffaro tramite alcuni intermediari ad avvertire Guttadauro (il medico- capo mafia imparentato con Matteo Messina Denaro) della presenza di cimici in casa sua e quando questi si rese conto di essere sul serio spiato sbottò: “Aveva ragione Totò Cuffaro”.

All’inizio i rapporti tra medici e mafiosi si limitavano all’ assistenza e alle cure in caso di ferimenti. Erano, cioè, delle relazioni limitate ai frequenti rischi che l’attività violenta contemplava. In questa particolare professione poter essere curati a casa senza registrazione in ospedale o ricevere visite specialistiche da latitanti non è secondario. Successivamente quando le leggi dello Stato italiano contempleranno la possibilità di ricevere un trattamento speciale in carcere a causa di malattie gravi con il ricovero nell’infermeria o negli ospedali all’esterno del carcere, o quando addirittura con delle perizie specialistiche si potranno attestare gravi malattie psichiche, i mafiosi hanno stabilito proficue relazioni con medici specializzati per ottenere l’attestazione di totale (o parziale) infermità mentale, in grado di farli uscire dal carcere o trasferire in luoghi meno sottoposti ai controlli delle autorità di sicurezza.

Delle varie professioni più in dimestichezza con il mondo mafioso, quella medica viene appena dopo quella forense, quella bancaria e quella dei consulenti fiscali e finanziari. Una dimestichezza che non risponde solo al diritto di chi sta male di essere curato in qualsiasi circostanza, ma risponde sicuramente ad altro se in Sicilia, come abbiamo visto, molti capi mafia svolgevano anche la professione medica. Questi particolari rapporti tra medici e pazienti mafiosi possiamo inserirli dentro la storia della clientelarizzazione della professione sanitaria che ha conosciuto nel Sud una particolare curvatura. Avviata nelle strutture dell’Esercito, dove i medici giocavano un ruolo importante
nell’esenzione militare o nei frequenti ricoveri in ospedale così da evitare la parte più faticosa della leva, diventava difficile dire di no alle pressanti richieste del mondo mafioso. Come è ben noto, la clientela, la corruzione e l’accettazione della violenza camminano sempre a braccetto nei settori pubblici.

Nel secondo dopoguerra, i medici sono diventati i principali collettori di voti per i partiti governativi (soprattutto per la Dc) la categoria di laureati più presente tra i consiglieri comunali. Ciò ha comportato l’introduzione della logica dello scambio nella professione medica: io ti curo tu mi voti. La deontologia medica non è stata sempre in grado di contrapporsi alle richieste clientelari e poi a quelle mafiose. Naturalmente non parliamo della professione medica nel suo complesso, e spesso la paura ha inciso più della clientela, ma ignorare il peso che la clientela politica ha avuto in questo campo sarebbe antistorico, a partire anche dal reclutamento del personale negli ospedali che ha portato parenti stretti di mafiosi alla guida di alcuni settori nevralgici.

Le perizie mediche
Cominciamo dalle perizie mediche. Uno dei casi più clamorosi riguarda il camorrista Giuseppe Setola. Grazie a una perizia di uno stimato oculista, che lo definiva quasi cieco, al killer dei Casalesi vennero concessi gli arresti domiciliari e la possibilità di curarsi nella clinica Maugeri di Pavia, da cui riuscì facilmente a scappare. Dopo la fuga commise ben diciotto omicidi guidando lui ogni volta il commando assassino. “Ho sempre visto bene, sparavo come un pazzo” ammetterà lo stesso boss anni dopo. Sempre nella clinica Maugeri va segnalato il ricovero del boss ‘ndranghetista Francesco Pelle. Latitante dal 30 agosto 2007, fu ospite della clinica sotto falso nome dal 31 luglio 2008 fino al suo arresto avvenuto proprio all’interno della struttura sanitaria.

Francesco Serraino, importante boss ‘ndranghetista, fu trasferito nel 1986 dal carcere agli Ospedali riuniti di Reggio Calabria. Doveva essere custodito come in carcere e invece Serraino ebbe le chiavi del reparto, della stanza del primario e del telefono. In ospedale ricevette la visita anche del capomafia latitante Antonino Imerti. Addirittura, incaricò alcuni infermieri dell’acquisto di ovini e caprini per l’imminente matrimonio della figlia. Nel 1991 un trafficante internazionale di droga, Pietro Vernengo, fuggì dal reparto di urologia dell’Ospedale civico di Palermo dove era ricoverato con una falsa attestazione di tumore alla prostata. I boss Giuseppe Giacomo Gambino, di San Lorenzo a Palermo, e Francesco Intile, di Caccamo, utilizzarono tracciati coronarici (forniti dal personale dell’ospedale civile) di veri ammalati per avallare le loro presunte malattie di cuore. Anche Vittorio Mangano, il boss mafioso che venne poi assunto da Silvio Berlusconi per proteggere la sua famiglia, usufruì di un trattamento speciale: gli inietteranno un farmaco per fargli gonfiare le gambe per giustificare la sua permanenza in ospedale. Le prove di falsi certificati di malattie sono così tante da porsi seri interrogativi sulla connivenza di diversi medici privati o di operatori della sanità pubblica. Nel 1987 i ricoveri dal carcere all’Ospedale civico di Palermo raggiunsero le 2839 giornate di degenza. In tutta la Sicilia arrivarono a 5634, al punto che all’Alto commissariato antimafia misero insieme un dossier sui ricoveri facili che coinvolse anche alcuni giudici delle corti d’Assise.

La connivenza dei medici nel caso delle perizie false è uno dei casi più gravi nella storia della compiacenza verso le mafie di alcune categorie di professionisti, e anche uno dei casi più clamorosi di tolleranza di istituzioni pubbliche di sicurezza. Michele Aiello, patron di diverse cliniche in Sicilia alle dipendenze di Bernardo Provenzano, fu condannato a 15 anni e sei mesi per mafia ma per anni aveva scampato la cella con una diagnosi di favismo. Altro caso è quello del boss di San Luca, Antonio Pelle, che evase dall'ospedale di Locri dopo essersi procurato una diagnosi di anoressia. Un esempio clamoroso, in cui l’abilità della professione medica è servita a un mafioso per discolparsi da un’accusa grave in un processo, riguarda il medico Francesco Barbaccia, poi deputato della Dc, che operò alle corde vocali il mafioso Mario Mortello per rendere irriconoscibile la sua voce in vista di una perizia fonica da parte del tribunale di Palermo. Tommaso Buscetta ha raccontato come negli anni Settanta del Novecento l’infermeria del carcere dell’Ucciardone a Palermo era un Grand Hotel per i boss mafiosi che si facevano lì ricoverare con false attestazioni da parte del personale medico dell’istituto di pena. Nell’infermeria facevano i loro comodi, compreso il consumo di pasti che facevano arrivare dai migliori ristoranti della città. 

Le perizie psichiatriche
Altro strumento che ha favorito le mafie, con la complicità di stimati professionisti o delle strutture pubbliche preposte, sono le perizie psichiatriche, le quali hanno salvato dalla prigione a vita mafiosi e camorristi, al punto che si possono definire uno “strumento legale di impunità”. Raffaele Cutolo ricevette diverse perizie psichiatriche favorevoli e ottenne così il trasferimento all’ospedale psichiatrico di Aversa da cui riuscì ad evadere nel 1978 facendosi largo con delle bombe che avevano squarciato il muro esterno del manicomio. Anche Umberto Ammaturo, ricoverato con una perizia di comodo nell’ospedale psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, riuscì a fuggire. E fu proprio quella struttura a ospitare negli anni alcuni importanti capimafia, quali Tommaso Buscetta, Frank Coppola, Gaetano Badalamenti, Nino Santapaola, i fratelli Bontate, i fratelli Marchese. Molti direttori dei manicomi giudiziari sono stati travolti dall’ accusa di favorire sfacciatamente diversi mafiosi ricoverati, due di loro si sono suicidati. Sta di fatto che i manicomi giudiziari (poi trasformati in Opg, Ospedali psichiatri giudiziari) di Napoli, Aversa, Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere sono stati per alcuni anni luoghi di dominio delle mafie, com’è avvenuto per le carceri. Se c'erano dei criminali che si fingevano pazzi e ne beneficiavano, c'erano degli psichiatri che lo consentivano.

Rispetto alle perizie mediche che consentono di ridurre i fastidi della reclusione, le perizie psichiatriche possono addirittura portare a sconti di pena, attenuare le condizioni in cui si scontano i reati o consentire la scarcerazione di numerosi assassini per “incapacità di intendere e volere” all’atto dell’effettuazione del reato in base all’articolo 85 del Codice penale. Per questi motivi, nonostante le remore di molti mafiosi ad usare l’espediente della pazzia, dagli anni Settanta del Novecento in poi è stata questa la strada per assicurarsi l’impunità.
Uno degli psichiatri più famosi divenne così intimo dei camorristi da essere coinvolto nelle loro guerre. Si
tratta di Aldo Semerari consulente di Raffaele Cutolo e del suo avversario Umberto Ammaturo, trovato con
la testa mozzata in un’auto sotto la casa del boss di Ottaviano. Ma anche i mafiosi siciliani vi hanno fatto ricorso sempre più spesso come è stato palese, ad esempio durante il maxiprocesso del 1986 istruito da Falcone e Borsellino. Racconta Pietro Grasso: "Anch’io, come giudice del maxiprocesso di Palermo, ho registrato nel dibattimento comportamenti che avrebbero voluto far nascere dubbi sulle facoltà mentali di alcuni imputati, come quello del mafioso che si era cucito le labbra con il fil di ferro o di quell’altro che aveva ingoiato una forchetta o di quell’altro ancora che, denudandosi completamente dietro le sbarre, era stato trascinato a viva forza fuori dall’aula dai carabinieri'. Anche nel processo per la strage di Capaci, il capomafia Giovanni Battaglia ha finto la pazzia per tutta la durata del dibattimento.

Ancora più singolari al riguardo le vicende di Michele Senese, il camorrista della Nuova famiglia sbarcato a Roma negli anni Ottanta del Novecento e qui rimasto a dettare legge in solida alleanza con Massimo Carminati, Giuseppe Fasciani e Giuseppe Casamonica. La sua storia è un monumento all'impunità costruito su montagne di perizie di comodo. Senese si finse pazzo a 22 anni. Una delle prime perizie a suo favore venne firmata nel 1979 dal prof. Giuseppe Lavitola, attestando “schizofrenia paranoide in disturbo di personalità antisociale e ritardo mentale”. Questo “ritardato mentale” sarebbe diventato uno dei boss più potenti della capitale, controllando il gioco d’azzardo e parte del traffico di droga.

Lo stesso Lavitola è il luminare che diagnosticò vari disturbi mentali anche al capo camorrista Raffaele Cutolo. È il periodo in cui anche alcuni capi e diversi gregari della Banda della Magliana diventarono malati o finti malati. Il 5 febbraio 1978 Michele Senese evase dall'Opg di Aversa facendo saltare in aria il muro di cinta, esattamente come fece Cutolo alcuni mesi dopo. Fu ospitato poi in tutti gli Opg d’Italia e negli anni Novanta fu riconosciuto addirittura come invalido. Tra i suoi consulenti poté contare sui migliori psichiatri. E quando si decise di spostarlo a Roma nel 1999, un perito del tribunale della Libertà di Napoli, Giuseppe Sciaudone, si oppose sostenendo che lo spostamento non era giustificato da problemi psichiatrici o medici ma solo per favorirlo nel ricevere le visite dei familiari che vivevano nella capitale. Dal 2000 al 2003, Senese fu ricoverato all'Opg di Montelupo Fiorentino: non una crisi, né una terapia specifica, e dopo tre anni scappò da lì. Nel 2011 il prof. Malano, incaricato dalla procura di Roma di valutarne le condizioni, escluse che soffrisse di insufficienza mentale.

Altro caso ancora riguarda Agostino Badalamenti, un killer di mafia arrestato nel 1979 in flagranza di reato per avere ammazzato, in una cabina telefonica, Michele Lipari. Ma incappò in una volante della polizia, che lo arrestò. Tutto il vertice di Cosa nostra si adopererò per garantirgli l’infermità mentale. Cosa che riuscì: Badalamenti finse di chiedere ripetutamente della mamma come un bimbo. E usufruì di perizie che attestarono la sua regressione all’età infantile. Badalamenti poi diventò reggente di Porta Nuova a Palermo. Singolarissimo è poi il caso di un boss casalese Ettore Russo, trasferito dal carcere in ospedale grazie a una perizia che ne consigliava una diversa detenzione a causa di “disturbi dell’umore”. Dall’ospedale continuava a riscuotere il pizzo, mantenendo sempre l’umore di un estorsore. E quando decise di uccidere un rivale, si fece sostituire da un cugino nel letto dell’ospedale, mantenendo intatto l’umore di assassino! 

Ancora più originale il caso di esponenti del clan Sperandeo che, approfittando del ricovero nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Benevento di un loro associato, organizzarono una serie di estorsioni all’interno della struttura. In alcuni casi, il ricorso al ricovero nelle infermerie delle carceri con false attestazioni è stato utilizzato per ammazzare i rivali ricoverati nelle stesse strutture o per agevolare la fuga. È un metodo a cui hanno fatto ricorso spesso i clan di camorra, soprattutto all’epoca del dominio di Raffaele Cutolo sui penitenziari. Clamoroso il caso della seminfermità mentale riconosciuta a Raffaele Catapano, un “cumpariello” di Cutolo, che grazie a questo espediente ammazzerà a coltellate nel 1982 Claudio Gatti nel centro clinico del carcere di Pisa. Il boss Pasquale Scotti, seguace di Cutolo,riuscì a scappare dall’ospedale di Caserta la notte di Natale del 1984 e a rifugiarsi all’estero per più di trent’anni.  Naturalmente, diversi medici legali e diversi psichiatri si sono opposti a questo andazzo e alcuni di loro hanno pagato con la vita questo loro atteggiamento. A tal proposito vanno ricordate le limpide figure di Paolo Giaccone, che si rifiutò di falsificare un’impronta appartenente a un killer di mafia e fu ucciso nel 1982 nei viali del policlinico di Palermo, e di Sebastiano Bosio, primario di chirurgia vascolare dell’ospedale civile di Palermo, ucciso nel 1981 perché non aveva avuto occhi di riguardo per i mafiosi ricoverati.

Perché la sanità al centro degli interessi delle mafie?
Se all’inizio il rapporto tra mafie e sanità aveva riguardato la possibilità di procurarsi medici disponibili a curare in latitanza o a procurare false attestazioni di malattie, in seguito le cose si sono evolute grazie al crescente peso economico che la sanità ha rivestito con le varie riforme intervenute nel settore. La prima ha riguardato la nascita del sistema sanitario nazionale nel 1978, ad iniziativa della ministra Tina Anselmi, una delle riforme più significative a favore dei cittadini, che superava la gestione delle Casse Mutue garantendo cure gratuite per tutti i cittadini italiani al di là del loro reddito e dei luoghi di resienza. La seconda tappa ha visto la regionalizzazione del servizio sanitario, che ha fatto dei presidenti delle regioni e degli assessori al ramo i nuovi padroni della sanità e delle risorse investite dallo Stato. La terza tappa è stata la scelta di esternalizzare molti servizi ospedalieri per risparmiare sui costi e la graduale espansione della medicina privata a discapito di quella pubblica. Se nella prima tappa si sono riscontrati vari episodi di corruzione, soprattutto a livello ministeriale, nella seconda e nella terza il peso delle mafie è aumentato vertiginosamente e non solo nel Sud d’Italia nelle quattro regioni più interessate alla presenza mafiosa. Sta di fatto che la spesa per la sanità si attesta tra il 70 e l’80% dell’intero bilancio di ciascuna regione italiana e che il controllo politico è totale. In una regione meridionale il presidente è anche assessore al ramo. La sanità regionalizzata è il principale settore di consenso alla politica. Il fatto poi che l’accreditamento delle strutture private sia in mano alle singole regioni ha comportato una fortissima politicizzazione dei proprietari delle cliniche e dei laboratori privati. Sta di fatto che nel campo della medicina privata molti dei capitali investiti non hanno una chiara e precisa origine. Chi aveva intravisto nel passaggio dei poteri alle regioni nel campo sanitario una possibilità di riduzione della corruzione, dopo gli scandali che avevano riguardato il ministero della salute (con il caso di Duilio Poggiolini, il direttore generale per la farmaceutica, arrestato e condannato per tangenti) è stato clamorosamente smentito. Almeno sei presidenti di regione sono stati coinvolti in scandali relativi alla sanità. Il potere regionale non è stato in grado né di limitare la corruzione né di impedire l’ingresso di capitali e imprenditori mafiosi. Anzi. I casi della Sicilia e della Calabria non sono delle eccezioni; la Campania li ha seguiti a ruota ed è stata ampiamente superata “la linea della palma” (come avrebbe detto Leonardo Sciascia): anche nel Centro-Nord le regioni sono al centro di diversi casi di corruzione e di presenza mafiosa come attestano diversi atti giudiziari. Da tempo gli studiosi della materia avevano segnalato che laddove più forte è la pratica corruttiva più massiccia è la presenza mafiosa, non sono stati ascoltati. La sanità è uno degli esempi più chiari del confine sottilissimo tra uso della corruzione e
favoreggiamento della mafia.

Poi è arrivata la “esternalizzazione”, un ricorso a imprese esterne per servizi prima svolti all’interno della pubblica amministrazione, motivata dal maggiore risparmio per i conti dello Stato. Ciò non solo non si è dimostrato vero ma ha rappresentato nei fatti la porta d’ingresso delle mafie nei servizi sanitari, così come anche in altri settori. D’altra parte, l’esternalizzazione presuppone che si richiedano a imprese private più bassi costi e spesso solo imprese “particolari” riescono ad offrire le prestazioni richieste. Come fanno? Abbassando la qualità dei servizi resi o risparmiando sulla mano d’opera. In molti casi solo imprese che impauriscono gli addetti ai controlli o i lavoratori coinvolti riescono in questa impresa. E le minacce si alternano alla corruzione dei funzionari addetti alle gare d’appalto. L’esternalizzazione di servizi è gestita, poi, da apparati pubblici che nella sanità sono stati promossi a quegli incarichi proprio per scelte politiche. A partire dai direttori sanitari e amministrativi. Insomma, nella esternalizzazione la clientela politica, la corruzione e la presenza mafiosa si sono strettamente intrecciate. Leggendo le motivazioni dello scioglimento di alcune Asl per infiltrazione mafiosa, si può tranquillamente affermare che il dominio di imprese mafiose nelle pulizie, nella erogazione di pasti, nella manutenzione di impianti vari, nello
smaltimento di rifiuti ospedalieri, nel campo delle autoambulanze, della lavanderia, ecc., è cominciato da
quando l’esternalizzazione è diventata la prassi abituale nella sanità.

Le mafie hanno occupato largamente i servizi esternalizzati. D’altra parte, le mafie non si introducono in campi economici estremamente competitivi per qualità produttiva o per innovazione tecnologica; esse si collocano in campi influenzati dalle decisioni politiche e amministrative: l’esternalizzazione nella sanità corrisponde esattamente a quel posizionamento ottimale per le mafie, dove non c’è bisogno di grande professionalità o imprenditorialità e
dove è fondamentale investire in relazioni politiche e amministrative e avere capitali ingenti da reinvestire.  Insomma, le mafie si sono interessate alla sanità negli ultimi decenni perché è un settore dove, anche in presenza di risorse meno scarse del passato, girano una quantità di finanziamenti tra i più alti in Italia nel settore pubblico. L’attribuzione di queste risorse è gestita ancora in gran parte con sistemi clientelari e discrezionali, perché la sanità rappresenta un circuito economico controllato dai decisori politici e che non segue logiche di mercato ma è sottoposta al mercato politico delle assunzioni, delle nomine dei dirigenti e di primari e negli appalti dei servizi. Insomma, la sanità per queste ragioni è un campo influenzabile dai mafiosi in grado di intessere relazioni politiche. Infine, è un campo in cui si è aperta una grande possibilità per i privati, con un meccanismo per il quale non è il mercato a decidere le fortune delle imprese private ma la capacità di relazionarsi alla politica e disporre di capitali notevoli.

Lo scioglimento delle Asl per mafia

Proviamo a dimostrare quanto finora scritto attraverso gli atti di scioglimento di alcune Asl per infiltrazione mafiosa. Non sono pochi i casi Calabria e in Campania, ben sette, mentre in altri sei si sono svolte indagine conclusesi con l’archiviazione. In Campania le Asl sciolte fino ad ora per condizionamento mafioso sono 2 (quella di Nola e una azienda ospedaliera di Caserta su 16 complessivamente in funzione) mentre l’Asl Napoli 1 (la più grande di tutto il Sud) non è stata sciolta nonostante una relazione piena di circostanziati addebiti mettesse sotto accusa la gestione di un ospedale, il Don Bosco, totalmente controllato da un clan di camorra, come vedremo più avanti. I comuni sottoposti allo stesso procedimento sono stati 118 su 550.
In Calabria le Asl che hanno subito un provvedimento simile sono ben 5 su 9, di cui una sciolta due volte, cioè più del 50%, mentre i comuni commissariati per mafia sono 132 su complessivi 354, cioè il 35% di essi. Ciò vuol dire che in quella regione la presenza mafiosa è più alta nel settore sanitario che negli stessi comuni! In Sicilia non ci sono stati finora casi di scioglimenti di Asl dello stesso tipo. mentre in molti processi è stato ampiamente provata la interconnessione strettissima tra sanità privata, governi della regione Sicilia e mafia. Il caso più clamoroso ha riguardato, come abbiamo visto prima, l’ex presidente Salvatore Cuffaro, condannato a 7 anni proprio per aver intessuto relazioni con il medico mafioso Guttadauro e con il ras delle cliniche private Michele Aiello e averli informati di inchieste in corso da parte dell’autorità giudiziaria.

Leggendo le relazioni prefettizie si resta esterrefatti nel constatare che per anni si è permesso che dei clan avessero il controllo fisico di interi ospedali, gestissero quasi tutti gli appalti per forniture di servizi e in alcuni reparti nascondessero addirittura armi. Nell’azienda ospedaliera di Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, sciolta nel 2015, il 70% dei lavori di manutenzione degli immobili finiva in mano di imprese legate ai clan! Nell’altra Asl sciolta nel 2005, quella di Nola, nella relazione si scrive che i clan locali esercitavano un controllo sistematico degli appalti per i servizi di pulizia e sanificazione, fornitura pasti, vigilanza, trasporto rifiuti ospedalieri e nell’informatizzazione degli uffici. Nelle motivazioni per lo scioglimento dell’Asl di Catanzaro si parla di un “totale controllo della struttura anche per lo stato di soggezione del personale medico e paramedico” e di “sistematica elusione della normativa antimafia, con l’affidamento degli appalti a ditte legate ai potenti clan locali”, Ad esempio il servizio sostitutivo delle ambulanze del ‘118’ era stato svolto per 8 anni da ditte raggiunte da interdittive antimafia. Il caso dell’ospedale S. Giovanni Bosco di Napoli è ancora più emblematico. Questa struttura è da anni sotto il controllo del clan Contini, una delle famiglie camorriste della cosiddetta “Alleanza di Secondigliano. Nel giugno 2024 sono state arrestate 11 esponenti dell’organizzazione camorristica. Dalle indagini è emerso che il clan decideva addirittura “la gestione funzionale dell’ospedale”, al punto da organizzare summit all’ interno, ricevere le vittime di rapporti usurai o estorsivi, decidere sui ricoveri, sulle perizie per le assicurazioni, gestendo inoltre il parcheggio e la mensa, oltre a controllare lo spaccio di droga all’interno della struttura. Quanto avveniva all’interno del nosocomio era venuto fuori già nel 2019 con 125 arresti operati dalla procura di Napoli, Secondo l’allora procuratore capo, Giovanni Melillo “Il S. Giovanni Bosco era diventata la base logistica per diverse trame delittuose e trasformato nei fatti in sede sociale dell’organizzazione criminale”. Già nel 2014 erano finite sotto sequestro le aziende titolari delle attività di mensa, bar e ristorazione all’interno dell’ospedale, riferibili a un affiliato al clan. Eppure, nel 2019 il ministro degli interni decise di non sciogliere l’Asl, forse per non mettersi contro i vertici della regione campana. Ma l’uso di una certa discrezionalità nella decisione di sciogliere le Asl è dimostrato anche da una vicenda giudiziaria che ha riguardato l’Asl di Pavia con la condanna definitiva a 12 anni di carcere del direttore generale Carlo Antonio Chirico e alla pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Chiriaco “avrebbe favorito gli interessi economici della ‘ndrangheta garantendo appalti pubblici e proponendo varie iniziative immobiliari”. Inoltre, avrebbe fatto da cerniera tra l’organizzazione criminale e i politici lombardi e del pavese procurando voti. In un’intercettazione telefonica Chirico si vantava di essere il fondatore della ‘ndrangheta a Pavia. In effetti era in affari con i boss calabresi Pino Neri e Cosimo Barranca. Com’era stato possibile nominare direttore sanitario di una Asl un personaggio del genere?

Insomma, alcuni settori della sanità pubblica e di quella privata sono stati conquistati senza grande fatica da parte di ambienti mafiosi. È il caso di interrogarsi seriamente sul perché ciò è avvenuto senza grandi opposizioni da parte delle autorità politiche regionali e nazionali che gestivano quelle risorse. La sanità e i lavori pubblici stanno a dimostrare che i mafiosi diventano imprenditori anche con le opportunità fornite dalle risorse dello Stato. Una insopportabile contraddizione: da un lato si dichiara guerra aperta alle mafie e poi si scopre che esse si finanziano anche con gli investimenti messi a disposizione dallo Stato italiano.
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    Correva l’anno 1952 ed usciva in Calabria, al Teatro comunale "Francesco Cilea" di Reggio Calabria “Carne inquieta”, di (Repaci) Musso, prodotto da Paolo Montesano, all’epoca personaggio di spicco della vita culturale reggina. Era stato proprio Prestifilippo…
  • IL LIBRO. A me la Gloria, Mimmo Gangemi, Solferino

    MARIA FRANCO
    "Era sui vent'anni, allegra e spigliata mentre parlava con due giovani. Fumava disinvolta e noncurante delle occhiatacce delle dame. Aveva qualcosa che lo intrigava. Non la bellezza. Per bellezza non luccicava. Era carina, ecco. (...) Tuttavia, lo attraeva,…
  • Le Regioni strumento di crescita del divari in Italia

    ISAIA SALES
    “Le rughe di una nazione sono altrettanto visibili di quelle di una persona”,scriveva Emil Cioran. Paradossalmente, in Italia le rughe sonomaggiormente evidenti nelle istituzioni più giovani, cioè le Regioni, chehanno acquisito una centralità nel dibattito…