AUTONOMIA. E' scontro per impedire di spaccare in due l'Italia

AUTONOMIA. E' scontro per impedire di spaccare in due l'Italia
L’anno si chiude come era iniziato: ora che la Corte di Cassazione ha deciso che si farà il
referendum sullo scempio dell’autonomia differenziata di Calderoli e soci inizia, infatti,
una nuova battaglia che l’Italia tutta e il Mezzogiorno e la Calabria dovranno combattere.
Era abbastanza ovvio che finisse così: le sentenze della Corte costituzionale, pur se
accoglievano le eccezioni di incostituzionalità avanzate, non avevano effetti abrogativi
ma rendevano solo inefficaci le leggi (o parti di esse) una volta dichiarate
incostituzionali. Cioè, esse non possono essere più applicate, ma restano
nell’ordinamento giuridico fino a quando il legislatore non legifera di nuovo. Nel caso in
questione, pertanto, la legge Calderoli era stata in parte resa inefficace, ma c’era
Il quesito referendario giacente dinanzi alla Cassazione ne chiedeva appuntol’abrogazione
totale. Ora i tempi sono stretti e piuttosto presto si verrà a capo di questa incredibile e
intricata matassa creata dal vento di una destra incalzante. La mobilitazione creata da
un’infinità di forme associative di base, l’evolversi positivo e incoraggiante di importanti
contraddizioni all’interno di alcuni partiti della sinistra, nonché la presenza assidua e
attenta delle migliori intelligenze costituzionaliste, riaprono il campo.

Si era tentato di sminuire per prima proprio questa portata storica della sentenza della
Corte Costituzionale da quanti erano e restano interessati a confondere le idee: “niente di
particolare, metteremo qualcosa a posto in Parlamento e andremo avanti…”. Era questo il
senso dei commenti successivi al comunicato stampa della Corte che preannunciava
l’uscita della sentenza da parte di chi si è inventato lo scempio della cosiddetta
autonomia differenziata. Dopo che la sentenza è stata pubblicata e la Cassazione ha
detto la sua, l’atteggiamento del Governo e dei suoi resta ancora questo, pur in presenza
di riflessioni, argomentazioni, ricostruzioni giuridiche e studi. Tutto materiale prezioso
che conferma l’impressione iniziale: la Corte ha smontato e fatto a pezzi il progetto
secessionista della Lega. Il regionalismo solidale e cooperativistico, originalissimo, del
quale tutta la scienza giuridica italiana del secondo dopoguerra andava fiera, si collega
infatti alle persone, al popolo che troviamo protagonista in tutta la Carta costituzionale.
Vi sono una sola Nazione e un solo Popolo; quindi, una sola rappresentanza politica
nazionale per la cura delle esigenze unitarie, affidata al Parlamento nazionale.

Il pluralismo regionale genera “concorrenza e differenza tra regioni e territori, che può
anche giovare a innalzare la qualità delle prestazioni pubbliche”, ma non potrebbe mai
minare la solidarietà tra Stato e regioni e tra regioni; neanche l’unità della Repubblica,
l’eguaglianza dei cittadini, la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i
diritti, la coesione sociale etc.
Il nostro regionalismo è di tipo cooperativistico/solidaristico e non mette le regioni fra
loro in una competizione ed è completato dal principio di sussidiarietà che è animato dal
principio di adeguatezza. Le norme generali sull’istruzione non sono dunque materia
devolvibile alle regioni. Poi c’è il nodo della definizione dei Livelli Essenziali delle
Prestazioni.
Questo articolo, il 3 del ddl Calderoli, avrebbe voluto conferire sostanzialmente
al Governo il compito di definire i LEP che la Costituzione affida espresamente
al Parlamento ed è stato gravissimo il tentativo di prorogare al 31 dicembre
prossimo la Commissione sui LEP (Commissione Cassese). E vedremo ora che
accadrà dopo il pronunciamento della Cassazione della scorsa settimana.

La destra in verità dovrebbe fermarsi, se ci fosse accordo nella maggioranza, per
riscrivere tutte le parti dichiarate incostituzionali. Non si tratterebbe di “aggiustamenti
perfettamente applicabili” bensì di una rinuncia a quella secessione dei ricchi tanto
desiderata dalla Lega e dai suoi generali. Sarebbe però rinunciare a una delle tre colonne
che reggono il castello dell’accordo di governo: devoluzione secessionista-premierato-
separazione delle carriere dei magistrati e sarebbe, peraltro, una penosa ammissione di
sconfitta in una battaglia dove vincono la mobilitazione in difesa della Costituzione e
anche l’accorta vigilanza degli organi di garanzia.
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