LA PAROLA e LA STORIA. Pècura/2: etimologie

LA PAROLA e LA STORIA. Pècura/2: etimologie

pecore   di GIUSEPPE TRIPODI -

Murra anzitutto che, con le varianti mirrha e myrra, indica in latino 1) il balsamo tratto dall’omonima pianta con cui si ungevano i capelli, oppure 2) un minerale omonimo con cui si fabbricavano vasi molto grandi e, quindi, pregiati perché rari. E’ poi noto che la mirra fu uno dei doni simbolici che i Magi, re orientali, avrebbero recato in dono a Gesù neonato.

Probabilmente il bestiame in genere, e quello ovino in particolare, rappresentavano una delle cose più pregiate delle società agro-pastorali mediterranee, donde ola traslazione di significato secondo lo schema mirra > cosa preziosa > mandria di bestiame> cosa preziosa >murra.  

Poco convincente l’etimologia proposta da Rohlfs (Dizionario alla voce) come proveniente da un italiano antico Mora, massa di pietre, o dallo spagnolo morro piccolo monte rotondo’.

Fatto sta che la parola si incrocia nel tempo con il gioco della morra nel quale due giocatori, o due squadre di due giocatori ciascuna, si affrontano gettando le dita (da uno a cinque, il pugno chiuso vale 1) e gridando a voce alta il numero complessivo che si attendono dalla gettata comune: chi indovina fa il punto e vince chi arriva prima al numero stabilito (11, 15, 21).

Quando un giocatore si attende che l’altro butti tutte le cinque dita può fare la stessa cosa dell’avversario e gridare “Murra!”, “Tutta!” o “Tutta la murra!”, da cui si intende che nel gioco murra vuol dire l’insieme delle dita, come la murraè l’insieme delle pecore.

Quindi senza scomodare, come fanno molti dizionari, il mondo arabo o dei mori (gioco dei mori, alla mora> morra) si può tranquillamente ipotizzare che il nome derivi dalla possibilità che una delle gettate sia costituita dall’insieme delle dita o, meglio e per intenderci, dal gregge delle dita!

Chiudiamo con alcune questioni etimologiche: romani (ovis) e greci (owis) usavano per pecora e montone una voce che, a riprova della comune e prevalente economia pastorale, si ritrova in tante lingue euroasiatiche: antico indiano avi-, sumero ù-ia, lituano avis, gotico awi-str (Semerano).

A lungo gli etimologisti hanno creduto che la parola pecora derivasse dal tema verbale indeuropeo *pek-, tosare, traslato poi nella radice latina pecu- generatrice di pecua-um (ricchezze in bestiame e denaro), pecus-udis singolo capo di bestiame, di animale domestico (Lucrezio, libro I, ww 14-15, ove fera, animali selvatici, e pecudes, animali domestici, saltellano sui pascoli ridenti, pabula laeta, e guadano rapidi fiumi, rapidos … amnis) nonché pecus-oris, di genere neutro, plurale pecora, che indica il bestiame in genere, mandria, gregge.

Lo scivolamento semantico da significato generico di gregge a quello specifico che prima apparteneva ad ovis si spiegava con il fatto che le pecore finirono per costituire la parte più numerosa delle greggi secondo la regola espressa da E. Benveniste: “Il senso nel quale il termine generico si restringe è imposto dalla nozione della specie che prende il sopravvento” (Dizionario delle istituzioni indoeuropee, Torino, Einaudi 2001, p. 31).

Emil Benveniste (ibidem, pp. 32-43) ha rilevato che la ricostruzione appena esposta non spiega alcune parole latine molto rilevanti come pecunia e peculium che hanno significati prevalenti che fuoriescono dallo schema; la sua genealogia parte dal vedico pašu e dall’avestico pasu che, accanto ai significati di cavallo, bue, pecora e caprone, registrano anche quello di schiavo, domestico secondo il sintagma pasu-vira affermatosi in Iran e indicantesia ilbestiame che gli uomini: “L’inclusione dell’uomo nel pašu è l’indice di una società pastorale in cui la ricchezza mobile si componeva sia di uomini che di animali, e in cui il termine pašu, che significava anzitutto questa ricchezza mobile, poteva convenire ai bipedi come ai quadrupedi.” (p.33).

Un sintagma simile, uiro-pequo, lo si ritrova nelle Tavole Iguvine, serie di lamine bronzee ritrovate a Gubbio nel 1444 e risalenti all’età precristiana, contenenti raccomandazioni rituali in lingua umbra (uiro-pequo … salua seritu) a preservare pastori e bestiame che appaiono analoghe alla formula latina pastores pecuaque salua servassis.

Dunque la ricostruzione di Benveniste ricompone tutte le parole latine riconducibili sia al significato di bestiame (pecus-pecoris, pecus-ecudis) che a quello di ricchezza come pecunia e peculium con i loro derivati.    

Benveniste si occupa (pp. 24-31) di ‘pròbaton’ e l’economia omerica incrociando così la parola, di origine omerica appunto, to pròvato – ta pròvata con cui i greci di Calabria indicano la pecora.

Il glottologo francese ci dice che pròbaton è una parola che soppianta già in Omero il più antico owis e che viene usato soprattutto al plurale (ta pròbata) per indicare, collettivamente, il bestiame in genere specificandosi poi, con il prevalere numerico degli ovini, ad indicare solo questi ultimi.

Infatti il mio antico vocabolario di greco alla voce pròbaton recita che viene usato specialmente al plurale ta pròbata, bestiame di ogni genere ma specialmente pecore.

Ma più che un plurale si tratta di un collettivo (Benveniste, p. 26) che indica le greggi miste.

Nella Calabria greca dove le murre, anche se miste, erano prevalentemente caprine è sorta una parola che non si trova nel greco classico, ghìdia, dalla genealogia molto interessante: dal greco classico aìks-aigòs (capra) al calabro-greco ega > pl. eghi > (e)ghìdia > ghìdia: ecco come appare in una versione greco-calabra del Cantico dei cantici del poeta Salvino Nucera: Pemu, agapi tis spichimu, / pu pèrrise ta ghìdia na vosciusi (dimmi, amore dell’anima mia, / dove porti a pascolare le greggi) (Tragùdi ton tragudio, Bova, Edizioni Apodiafazzi 2013, p. 9): ego tu agapimmènu immo / ce o agapimmènu ene dicommu; / ècino ta ghidia vosciszi / mesa aspra afta (Io sono del mio amato / e il mio amato è mio / egli pascola le greggi tra i bianchi gigli) (p. 31); Mmiàszu ta maddiiasu / me ghidia / ti catevènnusi ando Galaad (le tue chiome sono / come un gregge di capre / che scendono dal Galad) (p. 33).  

  

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